Cronaca

Stefano Nazzi: «Così ho scritto “Indagini” sull’omicidio Bozzoli»

Il giornalista del Post racconta il processo di ricostruzione della vicenda bresciana per l’ultima uscita del suo podcast: fondamentale l’archivio di Teletutto e GdB
Stefano Nazzi in Indagini si occupa del caso Bozzoli - © www.giornaledibrescia.it
Stefano Nazzi in Indagini si occupa del caso Bozzoli - © www.giornaledibrescia.it
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Primo febbraio, suona la sveglia. Centinaia e centinaia di appassionati ascoltatori di podcast true crime si svegliano sapendo già come riempire il viaggio casa-lavoro: ascoltando la nuova puntata di «Indagini». Che questo mese per i bresciani è particolarmente familiare: il giornalista del Post Stefano Nazzi ha deciso infatti di approfondire le vicende giudiziarie che hanno portato all’ergastolo di Giacomo Bozzoli, imprenditore di Marcheno. Il caso di cronaca è l’omicidio di Mario Bozzoli, zio di Giacomo, scomparso l’8 ottobre del 2015, già protagonista di tre puntate del podcast «Delitti bresciani»: le due sul processo e quella sulla fuga di Giacomo Bozzoli. Ne abbiamo parlato con Nazzi.

Come avviene la scelta degli omicidi, di mese in mese?

Scelgo le storie che, secondo me, possono essere interessanti da spiegare. Quelle che hanno punti rimasti oscuri, oppure così complessi e stratificati che può risultare ancora utile rimettere in ordine.

E questa storia in particolare?

Studiandola mi sono reso conto di quanto fosse tortuoso il percorso. Non ricordavo, per esempio, che il procuratore generale avesse avocato a sé le indagini. È una vicenda difficile, in cui tutto ruota attorno a una serie di snodi delicati.

Il delitto Bozzoli arriva ora, a un anno e mezzo dalla tentata fuga di Giacomo. Al di là della facciata, cosa colpisce di questo fatto di cronaca?

Una cosa che mi ha detto Andrea Cittadini è particolarmente significativa: questa è una storia di relazioni. Di persone che si sono protette a vicenda, anche quando non c’era un coinvolgimento diretto. Questa rete ha prodotto dichiarazioni fuorvianti. Tanto è vero che anche il giudice Roberto Spanò ha spiegato che si è perso moltissimo tempo dietro a testimonianze false, che hanno indirizzato le indagini altrove. Poi ci sono quelli che vengono definiti «eccessi narrativi»: mezze verità, condite con altre storie, spesso per astio personale. Tutto questo ha reso la vicenda ancora più complessa. Ma resta, soprattutto, una storia di relazioni e di una famiglia spaccata a metà.

Che idea si è fatto rispetto alla sentenza e alle dichiarazioni dell’imputato, che si è sempre professato innocente?

Ci sono elementi che fanno riflettere: le telecamere che guardavano altrove, per esempio. È vero che manca la pistola fumante, ma da qualche parte il corpo di Mario Bozzoli deve essere finito. Questo restringe il campo a una cerchia molto limitata. E poi ci sono i soldi trovati in casa dell’operaio Giuseppe Ghirardini… Sono tanti elementi che, messi insieme, rendono abbastanza incontestabile la conclusione a cui sono arrivati i giudici, anche in assenza di una prova diretta. In questo caso manca il corpo del reato, ma il quadro complessivo è solido.

«Indagini» alterna omicidi molto noti ad altri quasi dimenticati: dove si colloca il caso Bozzoli in questa mappa?

Mi sto rendendo conto che fuori dalla Lombardia è una storia meno conosciuta di quanto si pensi, anche se ha tutte le caratteristiche per essere un grande mistero. È molto nota nel Bresciano e in regione, ma altrove è stata intercettata poco, forse proprio perché è difficile da seguire. Spesso le storie che attecchiscono di più hanno uno schema semplice: il colpevole viene individuato subito e ha comportamenti riconoscibili. Qui, invece, c’è una vicenda lunghissima e complicata anche da raccontare.

Per questa puntata si è affidato a molti materiali d’archivio di Teletutto e del Giornale di Brescia. Come si è mosso?

Proprio perché fuori dalla Lombardia è stata seguita meno, mi sono rivolto a voi, che l’avete raccontata in modo straordinario. Sul sito del Giornale di Brescia è stata ricostruita una cronologia perfetta, senza la quale ci si perde. È una storia complessa anche dal punto di vista processuale. Il vostro lavoro è stato prezioso, soprattutto per capire come è cambiato nel tempo il racconto di ciò che è successo. La ricostruzione sul sito è stata la mia guida per orientarmi.

La mole di fonti e materiali era davvero imponente. Come è stata fatta la selezione?

In questo caso è stato davvero complicato. Prendiamo l’esperimento del maialino: se avessi dovuto spiegare tutto nei dettagli, sarebbe stato difficile da capire. Io per primo ho fatto molta fatica. C’è moltissimo materiale, e c’è da dire che le indagini dei primi anni sembra non portassero a niente, anche per via della morte del pm e del passaggio a un collega e poi all’avocazione della Procura generale quando il caso stava per essere archiviato. È una storia così lunga che molti elementi si sono diluiti nel tempo. Alcuni aspetti però colpiscono più di altri, come le due perizie sul forno, così distanti tra loro. Questa differenza di visione è importante e lascia ancora interrogativi aperti.

In generale, quanto sono importanti per «Indagini» – e per i giornali nazionali – i quotidiani e le tv di provincia?

Sono fondamentali. I giornali come il vostro conoscono il contesto e lo raccontano meglio. Ci sono casi in cui, per capire davvero certe dinamiche, mi sono affidato ai media locali perché quelli nazionali proponevano una lettura diversa. È successo, per esempio, con il caso di Willy Monteiro Duarte: sui giornali nazionali sembrava una rissa tra bande, un odio tra paesi. Non era così. I media locali hanno inquadrato meglio la situazione perché conoscono il territorio. Ecco perché i locali sono indispensabili, insieme agli atti processuali.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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