L’albergo milanese in cui alloggia nella sua breve parentesi italiana non ricorda affatto gli hotel Anni ’30 di Beirut e Istanbul tratteggiati ne «L’isola della donna addormentata», ultimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte, appena uscito nella curatissima edizione italiana di Settecolori, per l’autorevole traduzione di Bruno Arpaia. Né l’asfalto grigio e arroventato fuori dalle vetrate evoca le acque cristalline dell’Egeo in cui incrocia la torpediniera corsara al centro dell’intreccio di storia, battaglie navali, amore, spie, avventure e mare nel mezzo della Guerra Civile spagnola.
Eppure quando lo scrittore inizia a parlare – affabilissimo a dispetto dell’essere una «bibliostar» planetaria da 27 milioni di libri venduti, accostato da Umberto Eco a Salgari e Dumas, e membro della Real Academia Española, la nostra Crusca –, un po’ di brezza marina sembra davvero entrare di soppiatto. Suggestione, d’accordo. Sarà lo spagnolo vagamente graffiato dalla voce rapida o lo sguardo da marinaio che pare scrutare nel sole orizzonti lontani. Ma certo non fa meraviglia sentirgli dire che questo romanzo - ultimo di una quarantina, con personaggi amatissimi, dal Capitano Alatriste al cinico Lorenzo Falcò - costituisce una sorta di «professione di fede mediterranea».

Com’è nata la storia di questi moderni corsari nel cuore del Mare Nostrum?
Io sono mediterraneo. E con l’età, torno sempre più al luogo d’origine. Ma per me, un romanzo è la garanzia di un anno e mezzo di felicità personale, fra libri, luoghi e avventure che mi piacciono. Questo romanzo mi garantiva il Mediterraneo, le isole, la Grecia, letture d’epoca. Sono uno scrittore egoista: scrivo per la mia felicità. Ho la fortuna di essere letto, ma il mio obiettivo sono io. Ho pianificato questo romanzo per essere felice mentre lo scrivevo.
Il protagonista, Miguel Jordán (Kapetanie Mihalis), non è un uomo nato per la guerra.
Nelle guerre che ho raccontato da inviato per 21 anni, per lo più i soldati non erano militari, ma civili che la vita aveva messo in situazioni drammatiche. Per me è molto interessante il contrasto tra la personalità di un personaggio che non è di guerra e la guerra reale. Jordán è fondamentalmente un marinaio che fa il suo lavoro con efficacia. C'è un momento nel romanzo molto importante. Quando fanno saltare una petroliera, e brucia; lui ha cercato di essere un marinaio efficace: ha calcolato latitudine, manovre, tutto... Ma all'improvviso vede e pensa che là stanno morendo uomini come lui, compagni suoi, marinai come lui... E ciò gli fa provare rimorso. Ho visto militari uccidere: hanno già tecnicamente l’idea che il nemico va eliminato. La differenza è che un civile vede continuamente il proprio riflesso nel nemico.

Jordán è l’eroe, al pari della protagonista femminile, Lena, nome che evoca l’Elena di Omero. Cosa li distingue?
Miguel è in un mondo di uomini con codici maschili. La lealtà, l’amicizia, il cameratismo, legami che noi uomini creiamo da 3.000 anni, meccanismi di conforto. Quando un uomo fallisce ha sempre gli amici, il bar, il calcio, il sesso... La donna invece è sola. Non ha quella trama sociale che le permette di trovare rifugio nella sconfitta, nel dolore, nella malattia. Per questo, hanno profili molto diversi. Lei è consapevole di camminare sotto un cielo senza dei e senza nulla a cui affidarsi.
Il nome di battaglia di Jordàn, capitan Mihalis, è un omaggio allo scrittore e viaggiatore britannico Patrick Leigh Fermor. Come mai?
È il mio eroe preferito. Immaginiamoci cosa doveva significare essere inglese, eroe di guerra, avere una pensione del governo britannico e vivere nel Mediterraneo negli Anni '50… Doveva essere meraviglioso. È l'unico uomo al mondo che invidio.
Nel romanzo ci sono dialoghi molto intensi tra personaggi molto silenziosi...
Un romanzo è un problema di seduzione. Devo convincere il lettore a leggermi per 300 pagine. Per questo uso meccanismi imparati dai grandi maestri: Conrad, Stendhal, Tomasi di Lampedusa, Dumas. Un romanzo è sviluppare una strategia. Una volta, in una battaglia in Nicaragua, si preparava un'imboscata e il capo del gruppo guerrigliero con cui ero, diceva: «Mettiamo lì delle mine, qui una mitragliatrice, là altre mine... Quando il nemico arriverà, faremo così e così...». Pianificare un romanzo è la stessa cosa: è pianificare un'imboscata per il lettore che deve rimanerci intrappolato. Poi, a me piace molto il personaggio silenzioso: io, forse per la vita che ho condotto, ho imparato che le parole sono meno importanti dei silenzi. Che a volte ci sono esseri umani che con silenzi o parole e frasi brevi, parlano più che con grandi dichiarazioni. Nel mio romanzo cerco di far sì che tutti i miei personaggi siano silenziosi e che i loro silenzi siano importanti quanto ciò che dicono.
Lei ha detto: «Il Mediterraneo è la mia patria». Stavolta porta la Guerra civile spagnola nell’Egeo, simbolo della grecità.
Sono nato sul Mediterraneo. Ho avuto una formazione classica tra greci e latini. Con l’età ho capito che il Mediterraneo è più importante di tutto il resto. Mi sento più a mio agio in un caffè del Cairo, di Istanbul o di Atene, o in una taverna di Napoli o Genova, che a New York, Parigi o Amsterdam. Questo romanzo è una sorta di canto mediterraneo, di professione di fede mediterranea. Da giovane, ho vissuto sotto Franco. Mio padre mi diceva: «Non preoccuparti, tutto questo è temporaneo. Tu sei europeo, sei mediterraneo. I regimi politici cambiano, ma il Mediterraneo resta, è sempre la patria che non ti inganna mai».

Quando afferma «non ho un’ideologia, ho una biblioteca», cosa intende?
È vero, ho una biblioteca ad oggi di 35.000 volumi. Ora il mondo tende alla polarizzazione: qui c’è il bene, qui c’è il male. Ma quando si è cresciuti leggendo, in una biblioteca, si sa che il confine non è netto. In Eritrea, nel 1977, ero con i guerriglieri del fronte di liberazione dall’Etiopia al momento dell'attacco alla città di Tessenei: la mattina li ho visti combattere e morire da eroi, il pomeriggio li ho visti uccidere e violentare donne. Le stesse persone, lo stesso giorno. In questo contesto, la biblioteca è quella che aiuta a consolarci. Il mondo è una merda: un luogo sporco, ostile, pericoloso: la biblioteca il rifugio.
Lei è stato per 21 anni reporter di guerra. Quanto deve il suo sguardo di scrittore a quella esperienza umana e professionale?
Io sono ciò che ho letto, che ho vissuto e che immagino, come scrittore. Il mio sguardo viene dalla guerra, con una differenza. Sono andato in guerra avendo letto molti libri, e ho continuato a farlo. Grazie ai libri mi rendevo conto che tutto era già successo: mi hanno permesso di assumere la guerra come parte della vita. Il mio sguardo, deluso, a volte cinico, spesso pessimista, viene dai libri mescolati con la guerra. La guerra è stata un master. È orribile ma ha un aspetto educativo. Insegna a vedere l’essere umano così com’è. Qui siamo civilizzati, indossiamo la giacca, diciamo "passi lei per primo"... In guerra, tutto questo scompare: abbiamo un'arma e l'essere umano si manifesta come è. Nel bene e nel male. Ti consente di osservare l'essere umano nella vita reale - perché questa vita è artificiale, è una bugia, questo non è il mondo reale: il mondo reale è l’Africa, l'orrore, il dolore, la morte, l'egoismo, la viltà dell'essere umano, che uccide per un bicchiere d’acqua o una sigaretta. Quindi la guerra ti insegna quanto sia relativo il mondo occidentale in cui viviamo, e anche come vedere il lato più oscuro dell'essere umano. Domani il cameriere che è così gentile, gli dai un fucile, gli dai l’impunità e taglierà la gola a te e a me per vendicarsi dei bicchieri che ci ha servito... Questo è il mondo reale. La guerra lo insegna. Ho visto camerieri simili, e le donne più belle del mondo prostituirsi per un pacchetto di sigarette. Ho visto l'uomo potente del giorno prima supplicare di non essere ucciso il giorno dopo. La guerra elimina quanto c’è di artificiale e pone di fronte all'uomo reale, al suo orrore, e anche alla sua grandezza quando ce l'ha. Anche nella guerra, ci sono grandezza, bontà, coscienza. Allora, la guerra è una scuola straordinaria.
Che tempi stiamo vivendo?
La fine di un tempo. Ho letto la fine di imperi: quello romano, quello bizantino... Ho visto la fine della Jugoslavia o del Libano com’era. Ma per la prima volta sto vedendo la fine del mio mondo. Ne sono un testimone privilegiato. È l’Occidente in cui sono stato educato, l’Europa quella che sta cadendo a pezzi. È uno spettacolo affascinante. Ora so come si sentiva quel romano che dalla finestra della sua biblioteca osservava i barbari che bruciavano Roma dicendo: «Era inevitabile, doveva accadere». Stiamo guardando la fine di ciò che chiamiamo l'Occidente. Verrà un altro mondo, non so se sarà meglio o peggio, non so se ci vorrà un anno o serviranno due secoli... Non lo so, ma il mondo in cui sono stato educato - Platone, Aristotele, Virgilio, Dante, Manzoni, Cervantes… - è finito. È in demolizione, è in liquidazione. E c'è una certa grandezza, una certa bellezza nel vedere un mondo che si estingue. Mi sento come il principe di Solina nel Gattopardo, che se ne va per una Palermo deserta, fumando il sigaro e lasciandosi alle spalle il suo mondo che si estingue.
Come il barone Katelios del suo romanzo…
Sì. Il barone Katelios è la sintesi di quella concezione del mondo. Sa che è la fine, anche la donna che ama non conta più. Vive tra rovine e un giorno fa «boom»… «L’isola della donna addormentada» è un romanzo d'azione e avventura, ma pure di personaggi. Quel trio in particolare: il marinaio, la moglie e il marito per me sono importanti.
Se incontrasse oggi il bimbo nato a Cartagena nel 1951, cosa gli direbbe?
Che farei tutto di nuovo. Sono cresciuto in una biblioteca, sono stato educato nella magnifica Europa della seconda metà del XX Secolo. Ho letto, vissuto avventure, viaggiato, navigato, incontrato donne straordinarie, amici leali. Scrivo romanzi apprezzati. Da piccolo vedevo passare le navi, sognavo di viaggiare, di vivere le avventure che leggevo nei libri. E l’ho fatto. Ho pagato un prezzo molto alto. Ma a quel bambino direi: «Sei stato leale, hai mantenuto le promesse». Certo la felicità è un’altra cosa. Non è una parola che uso spesso. C'è una frase, non ricordo di quale autore, che dice: «Finché vedi un cane bagnato sotto la pioggia, da solo, non potrai mai essere felice». Io sono un uomo lucido. Ho letto, ho visto, ho vissuto... Non mi inganno, la luce non mi confonde, né la musica, né i discorsi... Io sono sempre consapevole che il mondo è un luogo pericoloso, e che io sono in un luogo pericoloso, in cui ci sono persone infelici, sconfitte, piegate dal dolore. Io stesso domani posso cadere nella vasca da bagno, avere un ictus. Questa consapevolezza mi ha impedito di dire: "Che felicità".Nessuno che abbia letto libri e vissuto guerre, che abbia conosciuto l’essere umano può essere felice.
La Guerra civile, a proposito, al centro di questo e di altri suoi romanzi, pur iniziata 90 anni fa, in Spagna ancora divide.
Invidio molte cose agli italiani. Come «l’arte di arrangiarsi» (lo dice in italiano, citando il film con Alberto Sordi, sceneggiato da Vitaliano Brancati, ndr) e la capacità di sopravvivere ai propri fantasmi, ai propri demoni. Lo spagnolo invece non riesce a digerire la parte oscura della vita. La Guerra civile non era dimenticata - mio padre, mio nonno, i miei zii l’hanno fatta e persa con la Repubblica -, ma era accettata. Negli ultimi anni è stata recuperata come arma politica, da trentenni che vogliono raccontarci cos’è stata. Una polarizzazione e un ritorno al rancore assurdi, resuscitati da una classe politica ignobile.
Un’ultima domanda in chiave «locale». Il suo precedente romanzo «Il problema finale», pure ambientato su un’isola greca, si chiudeva sul lago di Garda. Lo frequenta personalmente?
«Sì, e ne ho bei ricordi. Spesso mi sono fermato in un posto che si chiama «Locanda S. Vigilio», un piccolo albergo molto elegante (a Punta San Vigilio, frazione del Comune di Garda, sponda veronese, ndr). Ho pensato fosse un buon posto per la casa di un personaggio femminile. Io sono del Sud, ma mi piace il Nord Italia, perché ha ancora il sapore mediterraneo ma ha più ordine nel caos».




