«Pecorelle smarrite», «Le schegge» e gli altri: cosa leggere a ottobre

Dalla dark comedy d’esordio di Madeline Cash a Bret Easton Ellis, passando per il Monet di Goldin e altre letture: i consigli del bookclub del Giornale di Brescia

Le recensioni che abitano questo mese la pagina delle letture scavano sotto la superficie delle cose e sotto la pelle dei personaggi, a partire da due romanzi firmati da un peso massimo della narrazione e da una talentuosa scrittrice emergente. Da un lato il surreale esordio di Madeline Cash con «Pecorelle smarrite», satira feroce che seziona le derive del nostro quotidiano. Dall’altro il ritorno monumentale di Bret Easton Ellis nel 2023 con «Le schegge», thriller claustrofobico e generazionale, già diventato un cult e riadattato in forma di serie tv. «The Shards», creata dallo stesso Ellis insieme a Ryan Murphy, è approdata questa estate sul piccolo schermo, mentre a sua volta la regista Lena Dunham starebbe scrivendo l’adattamento del bellissimo «Lost Lambs». Ma non sono gli unici due titoli consigliati dalle giornaliste e dai giornalisti della redazione del Giornale di Brescia per questo ottobre ancora non troppo fresco: la spooky season deve ancora attendere.

«Pecorelle smarrite»

di Madeline Cash

(Feltrinelli, 2026, trad. Marco Rossari, 304 pagine, 19 euro)

La copertina di Pecorelle smarrite
La copertina di Pecorelle smarrite

Un romanzo d’esordio confezionato con una maestria non comune. Una storia inconsueta e strampalata, che il New York Times ha definito «miglior libro dell’anno» e la regista Lena Dunham, che di solito non sbaglia un colpo, si è già accaparrata per trasporlo in tv. Parliamo di «Pecorelle smarrite», della trentenne californiana Madeline Cash, già diventata it-girl della letteratura made in Usa.

Nel suo «Lost Lambs», questo il titolo originale del romanzo appena arrivato in Italia per Feltrinelli, racconta le assurde dinamiche di una famiglia disfunzionale distorta all’ennesima potenza. Lo svogliato contabile Bud Flynn e sua moglie Catherine hanno una relazione aperta senza trarne però grandi soddisfazioni (epica la scena dell’amante potenziale che colleziona calchi di vagine), mentre le loro tre «pecorelle» Abigail, Louise e Harper finiscono impelagate nei traffici di un sinistro magnate delle spedizioni internazionali.

Con un ritmo da sit-com e un’ambientazione che ricorda un Wes Anderson sotto steroidi, questa dark comedy ultra contemporanea si fa carico in parte di indagare le nostre ossessioni e le nostre manie, anche in relazione al pozzo oscuro di internet. Si spinge però anche oltre, attingendo all’immaginario degli Epstein Files per includere il ritratto di un miliardario folle che traffica giovanissime donne per garantirsi la vita eterna. Si ride molto, ma una certa inquietudine di fondo non si placa neppure a fronte dell’inevitabile lieto fine.

Ilaria Rossi, redattrice Cultura

«Le schegge»

Di Bret Easton Ellis

(Einaudi, 2023, trad. Giuseppe Culicchia, 752 pagine, 17 euro)

La copertina di Le schegge
La copertina di Le schegge

Memoir, true crime, autofiction: «Le schegge» è una bella miscellanea di tutti questi generi, ma con la prosa glamour e precisa di Bret Easton Ellis. L’autore di «American Psycho», «Le regole dell’attrazione» e «Meno di zero» (libro che pubblicò a ventun anni, enfant prodige della sua generazione) pur con il suo essere un po’ prolisso e pur indugiando a lungo su dettagli minimi, tesse sempre trame sinistre e affascinanti, e così fa anche in questo romanzo. L’aspetto sinistro, qui, è dato dalla stessa trama che attinge dall’esperienza dell’autore, che nell’autunno del 1981 frequentava l’ultimo anno di una scuola californiana per ricchissimi, la Buckley. La città era Los Angeles e il periodo era uno dei più paurosi del secolo scorso: quello dei serial killer. Proprio un omicida seriale si aggirava per i quartieri in cui viveva quella stessa élite di diciassettenni protagonista del romanzo. Tra loro c’è anche un nuovo arrivato, Robert Mallory. Cosa c’entri con quello stesso serial killer, lo si scopre pian piano.

Il libro è del 2023, ma è tornato il momento di leggerlo: alla fine di quest’estate è uscita infatti la sua trasposizione televisiva. E prima di vedere la serie tv (protagonisti i bellissimi Kaia Gerber e Homer Gere, nepo baby figli rispettivamente di Cindy Crawford e Richard Gere), leggere il libro non una cattiva idea. Anche perché, si accorgerà chi farà la doppia maratona pagina+schermo, la sceneggiatura è sorprendentemente fedele all’originale.

Sara Polotti, redattrice Web

«Storia di Monet»

Di Marco Goldin

(La Nave di Teseo, 2026, 320 pagine, 21 euro)

La copertina di Omicidio a Villapedrosa
La copertina di Omicidio a Villapedrosa

Il primo amore non si scorda mai. E per Marco Goldin, che i bresciani ricorderanno certamente per aver curato per Brescia Musei le grandi mostre del ciclo «Lo splendore dell’arte», il grande amore (o uno di essi) è Claude Monet. Al papà dell’Impressionismo lo storico dell’arte trevigiano dedicò la prima esposizione in Santa Giulia («Monet, la Senna e le ninfee», nel 2004), e ora il saggio/racconto «Storia di Monet» pubblicato per La Nave di Teseo.

«Ci siamo incantati davanti ai paesaggi di Monet, insieme veri e dell’anima. La nostra, quella di tutti» scrive Goldin in quarta di copertina. Una dichiarazione di principio, che riassume l’approccio che Goldin ha sempre avuto, e voluto trasmettere, davanti all’opera d’arte: non la lettura «fredda» del filologo, non lo svisceramento critico di significati nascosti, ma piuttosto l’arrendersi ad un coinvolgimento emotivo. Che può prendere solo la forma della »narrazione».

Ecco allora le mostre come racconto per immagini, ma anche gli spettacoli teatrali in parole e musica da lui stesso scritti e portati in scena (il 17 debutta a Mantova «Monet. Una vita a colori») e naturalmente la pagina scritta.

Questa «Storia di Monet» è certamente una biografia del grande maestro, tradotta in parole piane per il grande pubblico anche nei passaggi più tecnici o negli affondi critici. Ma è soprattutto la storia di chi con la luce e il colore di Monet si è riempito gli occhi e l’anima senza mai stancarsi, e anzi cercando di penetrarne sempre più un mistero che pare non aver fondo. Come gli specchi d’acqua su cui galleggiano le sue Ninfee.

«Omicidio a Villa Pedrosa»

Di Flavio Soriga

(Bompiani, luglio 2026, 208 pagine, 18 euro, e-book 12)

La copertina di Omicidio a Villapedrosa
La copertina di Omicidio a Villapedrosa

Si può essere sardi a metà? Nì. Pare dircelo Flavio Soriga con il suo ultimo romanzo, «Omicidio a Villa Pedrosa», che riporta in campo, per interposta persona, un personaggio caro ai suoi lettori. Martino Crisanti, ufficiale dell’Arma e indagatore dell’animo umano, la cui ennesima inchiesta conduce a Villa Pedrosa, uno dei tanti centri esplosi col turismo di massa. Al suo fianco stavolta è Alessandra Lombardi, giornalista Rai di madre sarda, sull’isola alla ricerca di radici e identità. È sua la voce narrante che ripercorre l’intrico di vicende che si celano dietro l’assassinio di Antonio Maria Monni, il marito della barista del paese. Una vita anonima, che si inserisce in un retroterra sardo lontano dagli stereotipi da selfie o da dura Barbagia. Tra le maglie di un amore maturo e incerto fra carabiniere e cronista, emergono una folla di personaggi dalle storie inattese e vicende criminali che sono il volto in ombra della Sardegna: dai traffici di droga agli assalti ai portavalori, già incontrati nelle pagine di Soriga (Kalashnikov, Sardinia Noir, 2025). Quando il caso pare ormai chiuso e senza soluzione, una intercettazione lo riapre. Scritto al solito con periodare musicale, ritmato sulle frequenze del parlare sardo, il romanzo scaturisce dalla convinzione che mosse l’indimenticato Sergio Atzeni («la Sardegna va raccontata tutta») e approda a una di quelle dichiarazioni d’amore tardive che, salutati i battiti del cuore e le farfalle dello stomaco, fanno dell’accoglienza dei difetti dell’altro un tutt’uno con l’attrazione per le bellezze evidenti. Quelle, nel caso in questione, di una Sardegna per appartenere alla quale, se non ci si nasce, bisogna almeno fare una scelta che non si limiti alle spiagge d’agosto.

Gianluca Gallinari, caporedattore

«Ventimila leghe sotto i mari»

Di Jules Verne

(Feltrinelli, 496 pagine, 11 euro)

La copertina di Ventimila leghe sotto i mari
La copertina di Ventimila leghe sotto i mari

«Ventimila leghe sotto i mari» è un libro entrato nel linguaggio comune. I suoi personaggi sono comparsi in altri cicli narrativi, nelle serie tv e nei film. Ma qualcuno l’ha mai riletto in età adulta? Per rispondere a questa domanda l’ho ripreso in mano a più di 20 anni di distanza dalla prima lettura ed è innegabile che mantenga ancora il proprio fascino. Sicuramente aiuta il fatto che sia ambientato in quel sommerso di cui ancora oggi sappiamo veramente poco. Incredibile, nel rileggerlo, constatare quanto Vernes, dopo aver visto uno dei primi sottomarini all’Esposizione Universale di Parigi del 1867 sia stato in grado di concepire il Nautilius. Quantomai attuale la tematica delle fonti energetiche alternative, dall’autosostentamento e della ricerca di un modo per vivere fuori dai meccanismi della società. Il libro in realtà è l’opera centrale di una trilogia dedicata al Capitano Nemo, che comincia con «I figli del capitano Grant» e si chiude con «L’isola misteriosa», ma può essere considerato opera a sé. Quindi, vale la pena rileggere le sue 504 pagine? Assolutamente sì. In primis per sfatare il mito del titolo, visto che le 20.000 leghe si riferiscono alla strada percorsa e non alla profondità, ma soprattutto per ritrovarsi nel salone centrale del Nautilus davanti alla finestre d’osservazione con gli occhi sgranati. Perché gli abissi restano uno dei più grandi misteri del mondo e la versione di Verne resta ancora la più affascinante.

Jacopo Bianchi, redattore Teletutto

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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