Quando la raggiungiamo al telefono è a casa col marito: sta ascoltando un’intervista a Stefano Massini. «Tanto per restare in tema», ride. «Lo definisco il mio figlio di teatro. Ormai da vent’anni lavoro solo con lui, che peraltro mi ha scritto una cosa per la prossima stagione. Non le dirò il titolo, per ora, ma sto già pensando al futuro». Generosa e mai eccessiva, riservata senza sminuire una carriera straordinaria, Ottavia Piccolo ride spesso e concede il suo tempo senza fretta. Al Teatro di Edolo il 19 novembre alle 20.30 (e il 14 a Palazzolo) porterà in scena il «Memorandum teatrale su Anna Politkovskaja» scritto da Massini, con la regia di Silvano Piccardi e l’arpa di Floraleda Sacchi. Ma a differenza della giornalista uccisa nel 2006 a Mosca non considera se stessa una «donna non rieducabile».
A vent’anni dall’assassinio di Anna e alla luce dell’attuale situazione geopolitica, sente che il pubblico riceve lo spettacolo in modo diverso?
Guardi, ho continuato a farlo per tutti questi anni ovunque c’è un teatro e ho visto che nessuno ha dimenticato Anna Politkovskaja. A volte i giovani non la conoscono, o c’è chi ne sa meno, però il messaggio arriva sempre forte e chiaro. A me sembra un’ottima cosa il fatto che le persone non vogliano solo farsi quattro risate. Il teatro è tante cose, anche intrattenimento, ma io continuo a pensare che sia un presidio di democrazia.
E lei, come è cambiata negli anni dentro il personaggio?
In questo tempo ho imparato a conoscerla a fondo. Fin dall’inizio ho letto tutti i suoi libri e tutti gli articoli che sono riuscita a trovare. La cosa impressionante è che tutto quello che lei aveva scritto si è poi verificato. Per quel che riguarda me, io non «faccio» Anna Politkovskaja, la racconto: non c’è drammatizzazione, non c’è pathos. Tanto è vero che in scena porto un copione. Mi piace pensare di essere una specie di medium.
Con Stefano Massini fate coppia fissa a teatro da anni. Che cosa la cattura ogni volta dei suoi testi?
La nostra liaison dura da più di 23 anni. Il primo spettacolo è stato «Processo a Dio» con la regia di Sergio Fantoni e da allora, a teatro, ho recitato solo testi di Massini. Mi piace come scrive e il fatto che il suo stile cambi in base all’argomento. Sono fra le prime lettrici dei suoi testi ed è una cosa che mi onora molto. Lui da me pretende un parere spassionato e io, il più delle volte, non riesco a capacitarmi di come faccia a scrivere tutto quello che scrive. «Accidenti - gli dico - ma che cazzarola di testa hai, così piena di cose?». A questo proposito mi ha già scritto un testo per la prossima stagione. Al momento non posso ancora rivelare il titolo, ma appena potrò lo farò. Comunque sto già pensando al futuro.
A proposito di lavoro: si è sempre sentita libera nelle scelte artistiche che ha fatto nel corso della sua lunghissima carriera?
Diciamo che fino a un certo punto sono stata un po’ un’attrice... Come dire, un po’ «squillo». Nel senso che quando telefonavano e mi dicevano: «Vuole fare questa cosa? Le mando il copione», io accettavo. Ma non avevo esattamente il potere di decidere ciò che volevo fare. D’altronde ho cominciato molto giovane e ho fatto un tipo di teatro più tradizionale. In ogni caso ero felice e se mi volto indietro vedo una storia professionale che mi riempie d’orgoglio. A un certo punto, però, ho cominciato a guardarmi intorno e a dirmi: «Adesso mi piacerebbe fare anche qualcosa che mi riguarda un po’ più da vicino».
Ed è lì che ha incontrato Massini?
Mi capitava di leggere qualcosa e pensare: «Certo che da questo libro potrebbe venir fuori un bel testo». Era un pensiero ricorrente. Se sapessi scrivere probabilmente mi scriverei da sola i testi che mi interessano. Invece non ne sono assolutamente capace: quindi non c’è proprio pericolo. Per fortuna, però, ho incontrato Stefano, che si sceglie un argomento, scrive un testo da Dio, me lo manda e se mi interessa lo faccio. È capitato anche che mi abbia mandato qualcosa e io gli abbia detto: «Guarda, è bellissimo, ma mi riguarda meno».
Fra quelli a cui ha dato corpo e voce, c’è un personaggio o una vicenda in particolare che le è rimasta addosso più delle altre? O verso cui, invece, sente qualche rimpianto?
No, guardi, rimpianti per fortuna no. Ho fatto davvero tantissime cose. Tanto che certe volte non me le ricordo manco io. Ogni tanto mi capita di pensare: «Caspita, ho fatto anche quella cosa lì, non me lo ricordavo». L’altro giorno, ad esempio, guardavo un servizio su Frida Kahlo e pensavo a quanto fosse bella la sua figura, poi mi è venuto in mente che io l’ho fatto uno spettacolo su Frida Kahlo! Era andato in scena solo a Milano, al Teatro Franco Parenti, ma tant’è... Lo stesso vale per Tina Modotti, la celebre fotografa amica di Frida: mi sono ricordata di aver fatto un lavoro pure su di lei. Questo per dire della quantità di ruoli che ho interpretato negli anni.
Quindi ha realizzato tutti i sogni?
In questo momento non c’è una cosa specifica che mi faccia dire: «Vorrei proprio farlo». Magari domani leggerò un libro e penserò che potrebbe uscirne un bel progetto. Se troverò qualcuno capace di scriverlo – e se Massini avrà tempo, magari me lo scriverà lui, o sennò qualcun altro – lo farò. Non posso dire che oggi mi piacerebbe tanto fare «Casa di bambola»: l’ho già fatta in televisione (ride, ndr). E poi diciamo la verità: di personaggi già scritti per attrici di una certa età ce ne sono pochi. Forse Alan Bennett ha scritto qualcosa per le signore anziane come me, ma questi ruoli femminili in teatro sono limitati. Il cinema è tutto un altro discorso: magari mi chiamassero al cinema a fare delle cose belle! Per adesso non ho ricevuto telefonate, ma non c’è problema: c’è tempo. Finché ce la faccio a lavorare, ho tempo e aspetto.
Chi sono, nel mondo di oggi, le «donne non rieducabili»? E lei si sente un po’ una di loro?
No, io no, non sono una donna non rieducabile. Magari, mi piacerebbe! Sono semplicemente una cittadina sveglia, ecco, una che si occupa del mondo che ha intorno perché pensa sia necessario farlo. Di donne non rieducabili, invece, ce ne sono tante in giro. Basta pensare a Gaza, ma anche a Israele: chissà quante donne ci sono là che vorrebbero fare di più e non glielo lasciano fare. Penso anche in questo momento agli Stati Uniti, dove credo ci siano molte giovani donne che si vogliono mettersi al servizio delle idee. Ogni tanto si legge di qualche giovane deputata che si batte per qualcosa, e non deve essere facile nemmeno lì. Siamo in un mondo bello e complicato.
E in questa Italia di manifestazioni e proteste?
In questi giorni nei miei pensieri ci sono le tantissime studentesse che ho visto impegnate a presidiare le piazze. Sono ragazze belle – belle non solo fisicamente, ma anche nello spirito –, che dicono cose importanti: «Noi vogliamo studiare, vogliamo avere una casa, vogliamo che la gente stia meglio». Più non rieducabili di così non si può. Quindi, in questo momento, almeno dalle nostre parti, le vere donne non rieducabili sono proprio loro.



