Quel metal con la permanente che ti conquistava con… il trucco

L’arrivo in città degli Europe, previsto per mercoledì 8 luglio, riporta indietro all’epoca trionfale in cui rock faceva rima con lacca e capelli lunghi
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

Gli Europe
Gli Europe

Forse era tutta una questione di capelli. Un’epifania tricologica fatta di boccoli lunghi fino alla schiena, quasi sempre biondi, e lacca. A volte portati sciolti, spesso tenuti fermi da una bandana. Da ondeggiare al vento mentre un muro di chitarre distorte sputava riff da far tremare le pareti. Nulla di luciferino, nulla di triste. Divertimento e capelli lunghi. Era l’hair metal, ve lo ricordate?

Maledicendo l’ennesimo capello bianco visto spuntare impietoso tra ciuffi già abbondantemente incanutiti, capita di provare una botta di nostalgia canaglia nel pensare che mercoledì prossimo, 8 luglio, per il Brescia Summer Music, faranno tappa a Campo Marte gli Europe. Chi? Ma come, quelli di «The Final Countdown», forse uno dei pezzi simbolo degli anni ‘80. Uno squadrone di scandinavi bellocci e cotonatissimi, capitanati dall’ineffabile Joey Tempest. Lui diceva di essersi ribattezzato così pensando alla «Tempesta» di Shakespeare, chissà poi se era vero. Probabilmente non riteneva il nome Rolf Magnus Joakim Larsson abbastanza rock. Comunque, basta divagare. Riavvolgiamo il nastro e torniamo al 1986. Quarant’anni esatti, ma guarda un po’.

I video e le radio star

L’alba degli eighties, a meno di non trovarsi prigioniero della selva rutilante del pop (ricco di schifezze epiche, ma anche di piccole gemme poi riscoperte col tempo) era densa di schitarrate massicce e arrabbiate. L’hard rock degli anni Settanta aveva figliato più o meno con successo, dando vita a derive implacabili (trash metal), ma anche versioni più dedite al buon tempo e al sembrare fighi che non al comporre canzoni memorabili. «Nothin' But a Good Time» avrebbero infatti cantato i Poison, celebrando un edonismo del rock fatto di lustrini e eyliner. Ovviamente gli Usa erano la palestra perfetta per tutti questi gruppi: Warrant, Winger, Great White, Cinderella, Tesla, gli unici e soli Mötley Crüe, i primissimi Guns n’ Roses.. L’elenco potrebbe durare all’infinito.

Poi, un giorno, nel febbraio del 1986 comincia a circolare un videoclip (già nell’usare questo termine e nel pensare a Mtv mi sento un dinosauro). Immagini che ora, probabilmente, sembrano una barzelletta: sottofondo epico, numeri che scorrono vorticosi su schermi di computer. E poi quel suono di tastiera, un plasticoso trionfo di toni medi (so già cosa state per dire, nel rock le tastiere non ci sono. Beh, se le ha usate Eddie Van Halen – vedi alla voce «Jump» –, allora possiamo ritenerci giustificati). Ti entra in testa, non puoi farci niente, inutile combattere. E’ un crescendo inesorabile, che poi si apre in un fragire di chitarre e batterie. E solo l’inizio, perché poi appare un baldanzoso ricciolone con rossetto, trucco e sguardo languido. Ci sono borchie, pelle (spesso bianca, perché era very cool), cinture oversize. E stivali. Che invoca l’inizio di un conto alla rovescia. Il titolo? «The Final Countdown».

Il singolo, il disco, il trionfo

Se tu hai 12 anni, detesti il look da paninaro delle tue sorelle maggiori e credi che dimenarsi su un palco con i capelli lunghi sia la miglior prospettiva possibile, capisci che c’è la speranza di un futuro migliore. Inizia così il conto alla rovescia per… uscire dall’omologazione. Serve solo un look adatto e dimenticarsi di andare a tagliarsi i capelli.

Nemmeno il tempo di metabolizzare quel mega successo, che gli Europe giocano due nuovi assi. La spumeggiante «Rock the Night» e la power ballad «Carrie», rispettando la vulgata che siano i gruppi metal a scrivere i pezzi lenti più belli. Anche i duri piangono, almeno una volta a disco.

Il barbiere e l’oblio

«Barba o capelli». Capelli, e falli corti. La stagione del glam/hair metal finisce così. Dal barbiere. Via la lunga criniera, via il giubbotto di pelle. E in soffitta finiscono anche gli Europe che dopo l’incredibile exploit di quel disco di quattro decadi fa vengono inghiottiti nell’oblio degli one hit wonder.

Joey e compagni sono però troppo giovani per andare in pensione, a differenza del loro stile che perde via via mordente, aprendo le porte a nuovi stimoli con gli anni ‘90. Ma metallari si resta per sempre, è una fede che trascende epoche e acconciature, senza contare gli highlander che sfoggiano criniere invidiabili anche dopo i 50 anni. Per gli altri invece calvizie, incanutimenti e attaccature ai limiti dell’umano sono solo un piccolo fastidio da superare. Le cassette lasciano il posto ai cd, ma la musica ascoltata è sempre quella, il conto alla rovescia non è per nulla finito. Inoltre, metabolizzati vari decenni di oblio, il glam ritorna trionfale. Diventa revival, si trasforma in moda. E un plotone di arzilli rocker rugosi e ancheggianti ricomincia a colonizzare i palchi dei festival.

Un successo di ritorno che riverbera anche sugli Europe, prontissimi a riprendersi la scena. Certo, dischi nuovi ne fanno. Magari non sono nemmeno male. Ma se rimettiamo la bandana e la maglietta della nostra band di riferimento, ci meritiamo le hit, i successi che ci riportano indietro nel tempo. Ridateci il passato, al nostro futuro ci pensiamo già abbastanza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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