I Beat, ovvero come ti vivifico una materia musicale targata King Crimson. L’ha - mettendo in campo inedita potenza di fuoco nell’anfiteatro del Vittoriale gremito - il «dream team» voluto da Adrian Belew (già voce solista e chitarrista del Re Cremisi) e Tony Levin (bassista della band britannica dal 1981 al 2023, con qualche pausa), che hanno cooptato il gigante (in tutti i sensi) Danny Carey, batterista dei Tool e il guitar hero Steve Vai.
Non c’era bisogno di togliere la polvere dai brani più iconici degli album «Discipline», «Beat» e «Three of a Perfect Pair» - che rilessero il rock progressivo dei KC, accentuandone la vocazione poliritmica e innervandolo con elementi fusion, nervosismi new wave, digressioni afro e un’inquietudine avanguardistica che richiamava, tra gli altri, Frank Zappa e gli emergenti Talking Heads - quanto piuttosto di farne risaltare nuovamente la magia senza tempo. Ed è esattamente quanto ottenuto dai quattro, con Belew e Levin nei panni di allora, mentre Carey e Vai caricavano di sfumature virtuosistiche le parti che furono di Bill Bruford e Robert Fripp.
Le dissonanze iniziali (quelle caotiche di «Neurotica») spiazzavano il pubblico meno consapevole, ma servivano a creare l’atmosfera ipnotica che ha avvolto la dimora dannunziana per oltre due ore. Un universo a sé, in cui le note parevano extraterrestri e i battiti pulsavano sottopelle, tra cavalcate maestose, rigorose geometrie e distorsioni stridenti, dolcezze improvvise e abbaglianti. Grande musica, oggi come ieri.


