Anticipazioni di Of Monsters and Men arrivano a Brescia via zoom, dall’Islanda. È attraverso questo tipo di collegamento che abbiamo parlato con la cantante, chitarrista e autrice Bryndis «Nanna» Hilmarsdóttir, anima femminile di una band indie (tra folk e pop) del profondo Nord europeo, attiva dal 2010, che in formazione annovera Ragnar «Raggi» Þórhallsson (voce, chitarra, testi), Brynjar Leifsson (chitarra), Arnar Rósenkranz Hilmarsson (batteria) e il bassista Kristján Páll Kristjánsson. Un gruppo affermatosi con live d’atmosfera e una produzione discografica poco prolifica ma assai diversificata; fama poi consolidata da clip ad effetto e da una comparsata nella sesta stagione de «Il Trono di Spade».
In Italia, il quintetto vanta una fan-base calorosamente entusiasta ed è pronto al debutto sul palco dell’anfiteatro dannunziano del Vittoriale, venerdì 26 giugno, per l’apertura ufficiale di «Tener-a-mente 2026» (alle 21.15; rimangono disponibili poltroncine di platea numerata a euro 79 e posti in piedi a 46 euro, + commissioni; info anfiteatrodelvittoriale.it)
Nanna, agli inizi del vostro percorso avete attinto soprattutto dall’immaginario mitologico islandese, dalle storie della vostra terra. Oggi quali sono le fonti di ispirazione degli Of Mosters and Men per comporre le proprie canzoni?
Per scrivere assieme, abbiamo cercato un terreno comune per «piantarci le parole». Abbiamo deciso di creare storie alle quali potessimo connetterci, per parlare di cose che non riuscivamo a comunicare direttamente. Ma con il passare del tempo, nonostante sia rimasto lo storytelling, abbiamo iniziato a usare anche un modo più diretto: perciò a volte facciamo intendere i nostri sentimenti creandogli attorno un vero e proprio universo, altre volte siamo decisamente più bruschi.
Secondo alcuni recensori, con il vostro ultimo album, «All Is Love Pain in the Mouse Parade» (2025), avete imboccato decisamente la strada del pop. Qualcuno ha parlato di vicinanza alla musica dei Coldplay. Voi cosa ne pensate?
(Ride, ndr) Non pensavo! Avrei creduto che lo avrebbero detto del nostro penultimo album, quello uscito nel 2019, in cui abbiamo sperimentato non poco con i synth… Ma questo…non lo definirei pop: è qualcosa di più intimo, più legato alle nostre origini folk, in alcuni momenti siamo perfino silenziosi. Il disco parla della dualità: dove c’è amore, inevitabilmente c’è dolore… puoi avere l’uno senza l’altro. Lo definirei il nostro album «di famiglia»: è ispirato alle nostre vite, alle nostre famiglie, alla nostra comunità e alle generazioni prima di noi. Anche per questo lo abbiamo registrato qui in Islanda, con i nostri migliori amici. Il paragone con i Coldplay proprio non me lo sarei mai aspettato: sono una grande band, ma io personalmente non trovo somiglianze.
Avete ottenuto un grande successo al primo colpo, con la hit «Little Talks». La cosa vi ha in qualche modo ingabbiato in uno stereotipo?
Ritengo che siamo stati molto fortunati, raggiungendo molte persone con una nostra canzone, praticamente al primo colpo. Credo che sia piuttosto raro, e mi sento molto fortunata per un’opportunità del genere. Anche perché da lì in poi abbiamo avuto la libertà di sperimentare, e ciò che piace alla band è esplorare i generi, tanto che ogni nostro album è diverso dall’altro.
Quindi il successo della canzone non vi ha frenato nel tentare cose nuove?
No, assolutamente. Probabilmente ci sono persone che ci conoscono solo per «Little Talks» e dicono: «OMAM non potranno fare un’altra canzone del genere». Ma per me è proprio questa la parte eccitante…Abbiamo cantato «Little Talks» quanto tempo fa? 14/15 anni… Da allora siamo cambiati, tutti noi. È divertente vedere dove la vita ti porta: ora io sono così, ma la me di 15 anni fa ero sempre io, seppur diversa, e credo che quella canzone abbia catturato in pieno chi ero…
Musicalmente, l’Islanda è nota al mondo per Björk, Sigur Ros e...Of Monsters and Men. Cosa rappresentano per voi Björk e i Sigur Ros?
Quando ero all’inizio del mio viaggio e stavo cercando la «mia» musica, ero una grande fan di entrambi e pensavo che erano riusciti a uscire dall’isola…Soprattutto anni fa, ti sentivi distante dal resto del mondo, ma andare altrove a fare musica non era facile: perciò è stata una fonte di ispirazione per me vedere che loro ce l’avevano fatta, ognuno a modo proprio e con i propri mezzi. Li ho guardati e ho pensato: «Anche io voglio farlo…perché no?!». E ora è veramente figo vedere quanti artisti islandesi stanno facendo tour, esibendosi fuori dall’Islanda, perché hanno visto che è possibile: suonare a casa può anche essere divertente, ma farlo in giro è davvero tutta un’altra cosa.



