Cultura

Donne e musica: «Da Björk al #MeTooDjs un rinascimento femminista»

La consulente Georgia Taglietti, per 25 anni al Sónar, da decenni catalizza le tendenze internazionali: l’intervista
Georgia Taglietti  - Foto Leafhopper
Georgia Taglietti - Foto Leafhopper
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«Siamo nel mezzo di una tempesta». Il riferimento alla cronaca recente è allo scandalo #MeTooDjs che sta travolgendo a partire dalla Francia il mondo della musica techno ed elettronica; la considerazione generale chiama invece in causa «una temperatura politica che investe Europa e Usa, e invoca un ripensamento strutturale del ruolo della donna nell’ecosistema culturale». Entra subito nel cuore del discorso Georgia Taglietti, professionista bresciana di casa a Barcellona, che da tre decenni catalizza le tendenze internazionali in ambito musicale e dei nuovi media.

Uno stage del Sónar Festival
Uno stage del Sónar Festival

Per 25 anni è stata responsabile della comunicazione internazionale del Sónar, che ha contribuito a rendere l’evento iconico che è oggi. Più di recente ha dato vita a The ICNAC, rete globale di consulenza strategica nel settore culturale. Contestualmente ha abbracciato ai suoi albori, una decina d’anni fa, il progetto shesaid.so, community mondiale di professioniste dell’industria musicale, facendosi carico di crearne una succursale a Barcellona. Abbiamo coinvolto Georgia Taglietti in una chiacchierata per quella che è convenzionalmente - ma non esclusivamente - la Giornata internazionale della donna.

Georgia, come è cambiato in questi trent’anni il ruolo femminile nell’industria musicale?

Sono entrata in questo mondo nel ’95 e solo dopo una quindicina d’anni ho iniziato a percepire che le donne stavano aumentando. Prima eravamo davvero poche. Curiosamente a quel punto, solo un mese prima che shesaid.so comparisse nel mio radar, avevo pensato di creare un network per fotografare lo stato dell’arte di un contesto culturale in evoluzione.

La tua intuizione ha coinciso con l’incontro con Andreea Magdalina...

Un giorno a Londra, davanti a un drink, ho condiviso la mia idea con un’amica. E lei mi ha detto che Andreea stava creando quello che all’epoca era un piccolo Google Group. Allora l’ho contattata, siamo diventate amiche e dopo un anno o due mi sono offerta di creare una sede a Barcellona per shesaid.so. Attraverso le mie connessioni ho contattato tutte le donne con cui lavoravo, ho stretto nuovi rapporti e sono diventata un po’ la nonna del gruppo (ride, ndr). Grazie a loro e ad Andreea Magdalina ho scoperto il mio lato femminista ed attivista e ho partecipato all’unica protesta offline a cui abbia preso parte, quella Women’s March di cui non ci dobbiamo dimenticare. E di cui oggi avremmo di nuovo davvero bisogno.

Da che cosa era nata la spinta a creare una community per le professioniste in ambito musicale?

Una realtà come shesaid.so, ma anche un movimento come il #MeToo, sono la manifestazione di una sensibilità personale o collettiva. All’epoca la community rappresentava una risposta alla necessità di creare un momento associativo. E io credo che stia succedendo di nuovo oggi. Nonostante i passi avanti che sono stati fatti, il post Covid, l’influenza di Trump e l’ascesa della nuova destra stanno generando il bisogno di alzare la voce e tornare ad agire collettivamente.

Hai in mente una situazione specifica, legata all’attualità musicale?

Siamo nel mezzo di una tempesta, come testimonia quanto sta accadendo in Francia, dove stanno emergendo casi di gravi abusi e molestie da parte di esponenti di rilievo della scena hard-techno. Alcuni festival hanno già cancellato le date e mentre si sta facendo largo il movimento #MeTooDjs a tutela delle vittime, la dj belga Amelie Lens ha rilasciato dichiarazioni che condivido in toto e che riassumono perfettamente come mi sento in questo momento («Siamo stanche. La dancefloor è la nostra casa e il backstage il nostro luogo di lavoro, ma nessuno dei due è sicuro per noi (...) Ciò che contribuisce al problema è il silenzio e la protezione delle reputazioni» ndr). Io credo che si genererà una nuova ondata di consapevolezza e lotta, anche se trovo tristissimo che ce ne sia ancora bisogno.

Il caso è partito dal mondo digitale. I nuovi media giocano a favore delle donne o perpetrano vecchi stereotipi e bias?

Non ci dimentichiamo che le reti sociali sono in mano a uomini bianchi che lavorano nella Silicon Valley. Ciò vale anche per l’AI: è evidente come il controllo del discorso femminista sui digital media stia diventando sempre più pericoloso. Parole come empowerment e harassment sono addirittura escluse dall’algoritmo di Instagram.

Quali differenze strutturali riscontri nel modo in cui i diversi paesi approcciano l’empowerment femminile nel settore artistico?

Björk e Rosalía
Björk e Rosalía

Partiamo dal presupposto che c’è una differenza abissale fra il Sud Europa e i paesi del Nord. In ambito musicale è imprescindibile l’influenza di Björk, che si riflette in chi è arrivata dopo, come Laufey, popstar emergente che parla molto delle sue pratiche musicali, della sua Islanda, di sua madre che è una musica classica. Anche Robyn, che è svedese, è parte fondamentale di un movimento intersezionale e femminista. La cosa interessante è che dove le artiste e le professioniste sono più valorizzate la spinta combattiva è meno necessaria.

Quali donne ti hanno influenzata o hanno avuto un impatto sulla tua carriera?

La prima che mi viene in mente è la scrittrice Almudena Grandes: a vent’anni è stata una scoperta fondamentale. I suoi discorsi mi hanno formata e la sua morte, arrivata troppo presto, è stata una grande perdita. Altra figura imprescindibile è Björk, che ho citato molte volte. All’inizio degli anni Duemila ho avuto l’opportunità di tradurre una sua conferenza stampa: mi ha aperto gli occhi su tematiche su cui non avevo ancora mai riflettuto. Poi c’è Andreea Magdalina, che mi ha permesso di aprirmi e di riconoscere una sensibilità che sentivo anche mia. Infine devo dire che molte delle donne che oggi ammiro sono persone che ho mentorizzato e che sono diventate professioniste straordinarie: è quello che si chiama reverse mentoring. In aggiunta, non posso non citare e ringraziare due uomini speciali: i miei nipoti Lorenzo e Pietro.

Spesso si parla di presenza femminile sul palco, ma meno nel dietro le quinte. Quali sono le dinamiche invisibili che ancora oggi rallentano l’ascesa delle donne?

L’industria musicale resta una giungla. Detto ciò, nel mondo anglosassone, anche per una certa attitudine culturale, le donne hanno raggiunto ruoli e dimensioni importanti anche dietro le quinte. Nel Sud dell’Europa, invece, il percorso è più lento: spesso non siamo ancora neppure davvero davanti alle quinte e le stesse artiste sono meno riconosciute rispetto ad altri contesti. Quello che si vede non coincide quasi mai con ciò che accade davvero nell’industria. E la celebrità, da sola, non significa controllo. Puoi essere famosissima, ma non avere nessun potere decisionale sulla tua carriera. Un paradigma, questo, che artiste come Billie Eilish, Laufey o Rosalía hanno stravolto. Io le considero un esempio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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