Incasellarlo in un genere musicale è davvero difficile. Quello che invece è molto semplice da fare è riconoscerlo: occhi chiusi, musica e voce nelle orecchie. Non serve altro. Frah Quintale, bresciano classe 1989, fa parte delle rarità del panorama musicale italiano che ormai colleziona solo voci e brani tutti uguali.
Frah, che all’anagrafe fa Francesco Servidei, farà tappa al Brescia Summer Music domani, giovedì 9 luglio, alle 21.30 a Campo Marte. L’abbiamo sentito per misurare la temperatura delle sue emozioni in vista del concerto bresciano.
Frah, evoluzione e sperimentazione sono il tuo marchio di fabbrica: ti sei evoluto pur mantenendo uno stile distintivo. Ti piace come complimento?
È il migliore (ride, ndr). No, davvero. È una cosa a cui tengo molto da sempre: riuscire a codificare un mio linguaggio che però non resti solo mio, ma sia codificato anche dal pubblico. Credo di aver trovato un buon equilibrio.
Hai appena terminato il tuo primo tour nei palazzetti: il tour «Lovebars» con Coez nel 2023 ti ha aiutato ad arrivare al tuo momento ancora più preparato?
Il tour con Coez mi ha insegnato moltissimo. Ho imparato che tutto deve essere curato nei minimi dettagli e molto tempo prima. Mi è piaciuto moltissimo, l’ho gestito bene e poi finalmente ero con il mio pubblico: nella vita penso molto alla legge dell’attrazione, ognuno riceve quello che emana. Le persone che seguono il mio progetto lo fanno perché ci si rispecchiano: ho visto persone che erano contente come me di essere lì, ed è stato bellissimo.
«Aranciata» è l’ultimo singolo: è davvero così sbagliato, per difendersi da un dolore, cancellare tutto quello che c’è stato?
Diciamo che è la via più veloce per annientare il problema, ma il problema poi rimane lì, e tu non impari nulla dai tuoi sbagli. In un mondo molto performativo, che ci vuole sempre a 100, che ci consuma, ci viene difficile fermarci e prendere del tempo per guarire le ferite. Io ho imparato a fermarmi e a darmi tempo.
Hai fatto una lunga gavetta per arrivare fino al grande pubblico: ad oggi la baratteresti con un percorso più veloce, o pensi che un percorso lungo ti abbia dato il tempo per crescere, per conoscerti e per rafforzarti?
Non la baratterei, mi va benissimo come è andata. Quando sento dare dei “finiti” a ragazzi di 22 anni che hanno fatto magari solo una canzone, penso che io non avrei sopportato il colpo. A quell’età se ti esplode una bomba così fra le mani è difficile da gestire: fama, soldi, persone... Io non ce l’avrei fatta. Quindi questa gavetta mi ha aiutato ad arrivare preparato a questo momento.
Quanto è stata formativa, se lo è stata, Brescia nel tuo percorso?
A volte mi ha aiutato, a volte mi ha ostacolato: come nei rapporti d’amore non può andare sempre tutto bene. Sono dovuto andare a Milano perché là ci sono più opportunità, ma torno spesso qui perché mi piace camminare in centro, andare al lago. Brescia è la mia dimensione.
Il live di Campo Marte è un po’ speciale, quindi?
Direi di sì. Non è una tappa come un’altra, per me è lo snodo del tour, è la tappa principale e non per campanilismo, ma perché ci saranno tanti amici, parenti... e poi non torno in concerto a Brescia dal 2018. So che sarà speciale e emozionante.


