Coi 99 Posse e gli Asian Dub Foundation un doppio live di alto livello

Alla Festa di Radio Onda d’Urto migliaia di persone per una notte con artisti di rango
Enrico Danesi
Festa di Radio Onda d'Urto: i live dei 99 Posse e degli Asian Dub Foundation
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Festa di Radio Onda d'Urto: i live dei 99 Posse e degli Asian Dub Foundation

Doppio set di alto livello, e raddoppia pure il divertimento, nella notte antagonista. Quando ci sono due set con artisti di rango, il problema è quasi sempre lo stesso: chi comincia? Già, perché aprire le danze può essere sminuente, rappresentare un colpo all’ego, soprattutto se sei abituato al ruolo da protagonista, a essere l’headliner. Qualcuno, ad ogni modo, deve pur avviare i giochi, e stasera il compito è toccato agli Asian Dub Foundation, che – senza fare una piega – hanno vestito i panni di opener per i 99 Posse.

C’erano un paio di migliaia di spettatori a sentire la band londinese, ripagati da uno show palpitante, ipnotico, come d’altronde gli ADF hanno sempre fatto, per quanto ricordiamo, nei diversi approdi dalle nostre parti (almeno tre volte a Brescia per Festa Radio, un’altra a Palazzolo sull’Oglio). Il tratto è irresistibile come da trent’anni a questa parte, portatore di una miscela musicale unica, che ha favorito una singolare evoluzione elettronica del reggae. Confermando come un progetto nato quasi per caso nei primi anni ‘90 - esito più che positivo di un laboratorio londinese che organizzava workshop estivi per insegnare ai bambini della comunità asiatica i rudimenti della tecnologia musicale - sia cresciuto fino a trasformarsi in un supergruppo che non risente dei cambi di formazione, latore con qualsiasi line-up di una proposta artistica impattante, all’insegna della contaminazione.

Pur sperimentando, gli Asion Dub Foundation fanno leva su alcuni punti fermi: duri ritmi ragga-jungle, linee di basso indu-dub, batteria martellante e flauti struggenti, combinati con i suoni tradizionali «bengali», che in origine alcuni dei membri della band hanno probabilmente campionato dalle collezioni di dischi dei loro genitori. Il tutto a supporto di liriche impegnate, sparate nello stile furioso e veloce del dancehall anglo-giamaicano o, più raramente, in quello del rap, compressi dentro piccole canzoni-mondo come «Flyover», la celebre «Naxalite», la salmodiante «Oil» o il garbuglio stordente «Can’t Pay, Won’t Pay».

I 99

Il pubblico raddoppiava subito, coi primi richiami dei 99 Posse (sulle note di «Comincia adesso») e poi si gonfiava lentamente, approssimandosi alle 5000 unità. Nella formazione attuale, la voce black di Simona Boo si affianca con ottimi esiti a quella di Luca ‘O Zulù Persico, che resta però l’inimitabile, carismatico frontman della band: colui che detta i tempi, crea i collegamenti tra presente e passato, sollecita la platea (anche con un saluto alla memoria per Jean-Luc Stote). Così va in scena una vera e propria antologia della canzone di critica sociale, rivestita con sonorità hip hop internazionali, legate ai ritmi in levare di raggamuffin, dub, reggae e hip hop, con qua e là tracce di melodia che fanno da contrappunto alla ritmica battente (vedi alla voce: «Povera vita mia», che sul piano del testo mette il dito nella piaga dello sfruttamento e delle morti sul lavoro).

Parecchie dunque le pagine rappresentate, sempre ricorrendo a un rodato slang che miscela napoletano, italiano e un poco di inglese, come risulta lampante in «Rappresaglia» o nelle casalinghe «University of Secondigliano», «Napoli» (nella quale riecheggiano tracce della tradizione vesuviana e influenze mediterranee, arabe, orientali). E pure in «Tarantelle pe’ campa’», i cui aumentano i bpm e la platea si trasforma in tribù danzante, una condizione che manterrà fino alla fine.

Alzando il tasso di militanza, invece, fanno capolino «Comuntwist», «Stop That Train», «Combat Reggae», «O documento» e anche altri classici del repertorio di ‘O Zulù e compagnia, come «Rafaniello», la prima hit. Ma, dentro un live dal tratto fortemente empatico, coinvolgente e senza un attimo di sosta, non poteva certo mancare (non manca mai) la canzone che dal ‘93 più identifica la band: la storia del ragazzo meridionale che corre a perdifiato, la mitica «Curre Curre Guagliò», che diede lustro alla colonna sonora di «Sud», pellicola del Premio Oscar Gabriele Salvatores. A seguire, la vena indomita di «L’anguilla» («...Non mi avrete mai come volete voi»), prima dei bis, reclamati a gran voce dalla platea.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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