Doppio set di alto livello, e raddoppia pure il divertimento, nella notte antagonista. Quando ci sono due set con artisti di rango, il problema è quasi sempre lo stesso: chi comincia? Già, perché aprire le danze può essere sminuente, rappresentare un colpo all’ego, soprattutto se sei abituato al ruolo da protagonista, a essere l’headliner. Qualcuno, ad ogni modo, deve pur avviare i giochi, e stasera il compito è toccato agli Asian Dub Foundation, che – senza fare una piega – hanno vestito i panni di opener per i 99 Posse.
C’erano un paio di migliaia di spettatori a sentire la band londinese, ripagati da uno show palpitante, ipnotico, come d’altronde gli ADF hanno sempre fatto, per quanto ricordiamo, nei diversi approdi dalle nostre parti (almeno tre volte a Brescia per Festa Radio, un’altra a Palazzolo sull’Oglio). Il tratto è irresistibile come da trent’anni a questa parte, portatore di una miscela musicale unica, che ha favorito una singolare evoluzione elettronica del reggae. Confermando come un progetto nato quasi per caso nei primi anni ‘90 - esito più che positivo di un laboratorio londinese che organizzava workshop estivi per insegnare ai bambini della comunità asiatica i rudimenti della tecnologia musicale - sia cresciuto fino a trasformarsi in un supergruppo che non risente dei cambi di formazione, latore con qualsiasi line-up di una proposta artistica impattante, all’insegna della contaminazione.
Pur sperimentando, gli Asion Dub Foundation fanno leva su alcuni punti fermi: duri ritmi ragga-jungle, linee di basso indu-dub, batteria martellante e flauti struggenti, combinati con i suoni tradizionali «bengali», che in origine alcuni dei membri della band hanno probabilmente campionato dalle collezioni di dischi dei loro genitori. Il tutto a supporto di liriche impegnate, sparate nello stile furioso e veloce del dancehall anglo-giamaicano o, più raramente, in quello del rap, compressi dentro piccole canzoni-mondo come «Flyover», la celebre «Naxalite», la salmodiante «Oil» o il garbuglio stordente «Can’t Pay, Won’t Pay».
I 99
Il pubblico raddoppiava subito, coi primi richiami dei 99 Posse (sulle note di «Comincia adesso») e poi si gonfiava lentamente, approssimandosi alle 5000 unità. Nella formazione attuale, la voce black di Simona Boo si affianca con ottimi esiti a quella di Luca ‘O Zulù Persico, che resta però l’inimitabile, carismatico frontman della band: colui che detta i tempi, crea i collegamenti tra presente e passato, sollecita la platea (anche con un saluto alla memoria per Jean-Luc Stote). Così va in scena una vera e propria antologia della canzone di critica sociale, rivestita con sonorità hip hop internazionali, legate ai ritmi in levare di raggamuffin, dub, reggae e hip hop, con qua e là tracce di melodia che fanno da contrappunto alla ritmica battente (vedi alla voce: «Povera vita mia», che sul piano del testo mette il dito nella piaga dello sfruttamento e delle morti sul lavoro).
Parecchie dunque le pagine rappresentate, sempre ricorrendo a un rodato slang che miscela napoletano, italiano e un poco di inglese, come risulta lampante in «Rappresaglia» o nelle casalinghe «University of Secondigliano», «Napoli» (nella quale riecheggiano tracce della tradizione vesuviana e influenze mediterranee, arabe, orientali). E pure in «Tarantelle pe’ campa’», i cui aumentano i bpm e la platea si trasforma in tribù danzante, una condizione che manterrà fino alla fine.
Alzando il tasso di militanza, invece, fanno capolino «Comuntwist», «Stop That Train», «Combat Reggae», «O documento» e anche altri classici del repertorio di ‘O Zulù e compagnia, come «Rafaniello», la prima hit. Ma, dentro un live dal tratto fortemente empatico, coinvolgente e senza un attimo di sosta, non poteva certo mancare (non manca mai) la canzone che dal ‘93 più identifica la band: la storia del ragazzo meridionale che corre a perdifiato, la mitica «Curre Curre Guagliò», che diede lustro alla colonna sonora di «Sud», pellicola del Premio Oscar Gabriele Salvatores. A seguire, la vena indomita di «L’anguilla» («...Non mi avrete mai come volete voi»), prima dei bis, reclamati a gran voce dalla platea.



