Mistero in Valcamonica: il ritorno del giudice Albertano

Enrico Giustacchini porta l’attenzione su miti medievali e gemelli enigmatici. Il magistrato bresciano indaga a Cemmo: un nuovo capitolo tra storia, arte e omaggi danteschi
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Una delle illustrazioni realizzate da Andrea Giustacchini
Una delle illustrazioni realizzate da Andrea Giustacchini

«Venite a Cemmo, messer Albertano. Vi sono ombre che voi, e non altri, potrete forse dissipare. Nessuno, dalle nostre parti, ha dimenticato come scopriste la verità, dopo che il luogotenente del castello di Cimbergo fu strangolato e appeso per i piedi alle mura». Così Raimondo, console della borgata, invoca l’aiuto del magistrato che era salito a Breno per tenere un sermone, ed è così che il nostro detective torna in Valcamonica per la sua dodicesima avventura.

Si intitola «Il giudice Albertano e il caso del serpente stravagante» (Liberedizioni, 152 pp., con le inconfondibili illustrazioni di Andrea Giustacchini) il nuovo giallo di Enrico Giustacchini, che sarà presentato sabato 2 maggio alle 18, a Gavardo, per la rassegna «Un ponte di libri». Elegante nell’impostazione, avvincente nella trama, secondo l’impronta del giornalista e scrittore dall’inconfondibile vena storico-artistica. Il caso riguarda uno zio pugnalato in una riunione pubblica da un nipote scapestrato, furibondo per essere stato diseredato e ora assassino in fuga, mentre il fratello gemello, l’altro nipote, apprezzato miniaturista, è stato salvato in extremis dal suicidio.

Chiediamo all’autore: che storia è mai questa?

Della trama non direi altro. Vorrei solo sottolineare che la presenza fra i protagonisti di due fratelli gemelli è un classico della letteratura gialla logico-deduttiva. Attenzione ai gemelli... La storia è intricata, anche perché si sovrappone a una vicenda accaduta 15 anni prima, con l’assassinio di due giovani innamorati, sorta di romanzo nel romanzo, per un omaggio voluto a Paolo e Francesca, straordinaria epopea dantesca di amore e morte.

Perché riportare Albertano in Valcamonica, a Cemmo?

Il nostro Albertano era già stato in valle, a Cimbergo, quando indagava sul «caso del numero perfetto», uno dei delitti della tremenda sequenza che lo portò a vagare per l’intero territorio bresciano. A riportarlo ora a Cemmo sono le anfisbene, i singolari serpenti a due teste del titolo. Ad attirarmi sono stati proprio questi esseri mitologici scolpiti alla Pieve di San Siro, ispirandomi il rimando ai due fratelli gemelli. Da lì sono iniziate le ricerche che sempre anticipano ed accompagnano i miei romanzi. Cemmo è una località affascinante, in tempi medievali un castrum protetto da mura e sede pievana, luogo di riferimento quindi per il potere militare e civile così come per la fede e la religione. La conformazione di questa località recentemente è stata studiata nel dettaglio, e nell’appendice storica che solitamente segue i miei romanzi, rendo atto al volume curato dall’archeologo Marco Mottinelli. Anche stavolta ho potuto far muovere i miei personaggi in un ambiente ricostruito con esattezza. A giugno, proprio a Cemmo ci sarà una presentazione particolare del romanzo nella pieve di San Siro.

La Croce orifiamma di Brescia, le anfisbene, la Medusa: il romanzo è carico di simboli. Che valore avevano nel Medioevo?

La forza evocativa dei simboli è parte fondante della cultura medievale, ed è affascinante attingervi per costruire un giallo storico. Sono elementi che fanno riferimento alla mitologia e alla cultura classica, con interpretazioni di autori latini quali Ovidio, Tacito, Lucano. La scelta è in coerenza con la figura storica di Albertano da Brescia, i cui testi sono costellati di citazioni classiche, dall’amatissimo Seneca a Cicerone e Ovidio. La cultura classica nel Medioevo s’intreccia con quella cristiana e ne diventa base solida e diffusa. Altro che secoli bui...

E torna anche la poesia trobadorica...

Torna Aimeric de Peguilhan, poeta trovatore che certamente era stato a Brescia e che già avevamo trovato nel romanzo ambientato a Genova. La poesia trobadorica in quei tempi aveva ampio spazio, fra il latino e l’emergente italiano.

Come si colloca questa dodicesima avventura nell’evoluzione dei romanzi di Albertano detective?

L’ho scritto e vissuto come un romanzo corale, non incentrato solo sul protagonista. Anche i personaggi minori hanno una loro importanza, tornano nella storia e la definiscono. Probabilmente è il mio romanzo con il maggior numero di personaggi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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