De Giovanni: «L’Italia sconta l’onda lunga degli anni di piombo»

Un brigatista che fa i conti col passato, un figlio cresciuto senza padre, una donna scomparsa: «Il tempo dell’orologiaio» offre uno spaccato realistico di un’epoca sangunaria
Francesca Mannoni
Lo scrittore Maurizio De Giovanni - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Lo scrittore Maurizio De Giovanni - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Un latitante delle brigate rosse, Carlo Malavasi, nome di battaglia «Sergio», per quarant’anni è stato rifugiato a Brest in Francia, non ha visto crescere suo figlio Andrea che, credendo che il padre fosse morto in mare, come gli aveva raccontato la madre, nel frattempo è diventato professore universitario e si è sposato. Andrea ha anche avuto una figlia, Martina; si è separato e ha conosciuto Vera, figlia di un carabiniere ucciso in un attentato dinamitardo messo in atto proprio da Carlo. Per rintracciare l’attentatore Vera ha chiesto l’aiuto di Andrea, che ha così scoperto la verità su suo padre. Ma la donna sparisce nel nulla, rapita da personaggi oscuri e determinati. E Andrea per rintracciarla dovrà chiedere aiuto proprio a Carlo.

«Andrea, che s’è innamorato della ragazza – spiega lo stesso autore, Maurizio De Giovanni – convince il padre a rientrare in Italia per confrontarsi con il suo passato, ritrovare i compagni superstiti, scoprire chi a suo tempo lo tradì e aiutare il figlio e l’energica nipote Martina a salvare Vera. Sarà una lotta di nervi in un vespaio in cui si muovono i poteri più corrotti ammantati di un’autorità venefica».

Con «Il tempo dell’orologiaio» (Feltrinelli, 240 pp., 19 euro) lo scrittore e drammaturgo De Giovanni conclude la saga dell’orologiaio di Brest e offre, da quel maestro che è, uno spaccato realistico e avvincente di un’età balorda e sanguinaria del nostro vissuto, gli Anni di piombo, in un thriller attraversato dal delirio d’onnipotenza d’uomini reticenti che maneggiano poteri ambigui. Abbiamo intervistato l’autore.

De Giovanni, gli anni Ottanta del secolo scorso in cui è ambientato il suo romanzo, anni terribili sotto molti profili, sono ancora motivo di analisi?

Credo che sia un’epoca con cui non abbiamo fatto i conti fino in fondo. Era un’epoca che incideva sul sociale; un’epoca in cui anche se tu non ti interessavi di politica, la politica veniva fuori trasbordando dai suoi ambiti e invadeva tutto il resto della vita. Era un’epoca nella quale non c’era nulla di estraneo alla politica. Schierarsi era necessario. Se non ti schieravi lo facevano il tuo modo di parlare, il quartiere in cui abitavi. Era pressoché inevitabile schierarsi. Era un’epoca in cui c’erano morti innocenti e noi eravamo testimoni d’una evoluzione della vita che oggi è impossibile spiegare ai ragazzi. È difficile far capire ai giovani di oggi che in certi periodi scuole e università erano occupate per mesi e mesi, e c’erano quartieri della città in cui era pericoloso entrare per un certo tipo di ragazzi, e per altri anche soltanto affacciarsi. Era un’epoca della quale abbiamo ancora strascichi ed evidenze. Un passato che non si dimentica.

Quali segreti restano ancora tali? E perché tanti segreti?

Il nostro è il Paese dei segreti: il Paese che riesce a tenere per anni una situazione sottotraccia, salvo poi, all’improvviso farla diventare un’evidenza. Pensiamo a Garlasco. Un fatto che è successo vent’anni fa, ma ne parliamo come se fosse successo oggi. E non solo Garlasco. Ci sono tantissimi eventi che vengono fuori dopo decenni o non vengono fuori mai più, di fronte ai quali non sappiamo come e perché: Ustica, la morte di Papa Luciani, la scomparsa di Emanuela Orlandi, la strage dell’Italicus... di recente anche la saga omicida della Uno bianca è tornata a galla e si parla di trame eversive. Sono cose con cui non facciamo mai i conti e quando decidiamo di farli ci troviamo di fronte a dei buchi neri dell’informazione che non ci consentono mai di scoprire la verità.

Il caso di Maddalena, la ragazza che nel romanzo scompare, in qualche modo ricalca la figura di Emanuela Orlandi?

L’identificazione tra Emanuela Orlandi e il personaggio di Maddalena è una possibile ipotesi. In quanto narratore non sono tenuto a rispettare documenti e verità, e posso divertirmi raccontando le mie storie ipotetiche. La realtà e la fantasia da sempre s’intrecciano in maniera potente, ed Emanuela Orlandi è uno dei tanti casi irrisolti, la cui scomparsa pare avesse a che fare con la banda della Magliana.

La lotta armata, il terrorismo rosso... solo persone succubi d’una ideologia sbagliata, o banditi politicizzati?

Alla metà degli anni Ottanta si vedono già gli effetti della legge sul pentitismo che ha provocato decisivi interventi su quanto traballava in seno ad un’ideologia profondamente cambiata, e la lotta che si faceva ai brigatisti ebbe grandi risultati. Ma è stato l’omicidio Moro che ha cambiato il movimento alla fine degli anni Settanta. Diciamo che io vado apposta a toccare un’età di soluzione, di sfilacciamento dell’ideologia e della lotta armata: gli affiliati cominciano a diventare grandi e tanti aspetti cominciano a cambiare colore. Lo sfaldamento di quegli anni è dovuto a questo.

Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, 9 maggio 1978
Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, 9 maggio 1978

Il suo protagonista Carlo è cambiato dal rimorso o è ancora un irriducibile?

Volevo rappresentarlo come uomo che è rimasto fermo per quarant’anni, congelato all’interno d’un tempo che non c’è più. Lui è un orologio fermo, e come tutti gli orologi fermi prima o poi riparte, e quando riparte deve fare i conti con tutti gli anni che è rimasto fermo. Volevo raccontare un uomo che ha perso tutta la sua vita senza rendersene conto, e ora cerca almeno di avere l’affetto del figlio.

Oltre al Commissario Ricciardi, e poi I bastardi di Pizzofalcone, Mina Settembre, Sara, e altri romanzi di vario tipo che ha scritto (circa un’ottantina), sta pensando a dei nuovi personaggi?

A fine anno ci sarà qualcosa di nuovo. Saranno personaggi nuovi molto divertenti che vorrei seguire a lungo. Ma ora non posso svelare niente...

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