Pietro Orlandi: «Più forti delle ingiustizie, nel nome di Emanuela»
«La voce di Emanuela è quella di tantissime famiglie che vivono la stessa situazione. Ne ho incontrate molte: il loro è un altro mondo, in cui il tempo non esiste più e si vive sempre nell’attesa». La vicenda di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana scomparsa quindicenne il 22 giugno 1983, è uno dei più noti misteri italiani. Il fratello Pietro combatte da allora per la verità: oggi ha portato a Brescia una testimonianza emozionata. Invitato da un privato, Fabio Torri, che si è appassionato al suo caso, ha parlato per oltre due ore nell’auditorium San Barnaba, seguito da un pubblico numeroso.
Pietro Orlandi ha ripercorso i dettagli di un caso che ha visto succedersi le piste più diverse, divenendo un frammento significativo di storia italiana. Inizialmente il terrorismo internazionale: «Tra le otto e le nove di sera del 22 giugno – racconta Pietro – era già arrivata in Vaticano la prima telefonata dei presunti rapitori. L’abbiamo saputo solo pochi anni fa da un cardinale». In seguito sarebbe giunta la richiesta dello scambio tra la ragazza e Ali Agca, l’uomo che aveva attentato alla vita di Giovanni Paolo II.
L’attenzione si è poi spostata su Enrico De Pedis, un delinquente legato alla Banda della Magliana, del quale nel 2012 è stata riaperta la tomba nella basilica di Sant’Apollinare. Dopo l’archiviazione della prima inchiesta nel 2015 da parte del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, una nuova indagine è stata avviata nel 2023.
Pietro Orlandi è convinto che negli anni vi siano stati depistaggi e censure. È molto critico con Pignatone, che avrebbe bloccato una trattativa in corso col Vaticano per riavere il corpo di Emanuela: «Lì forse alla verità si poteva arrivare». Accusa lo stesso Vaticano di avere «voltato le spalle» alla sua famiglia, negando informazioni essenziali. Dà credito all’ipotesi secondo cui Emanuela, riconsegnata alla Santa Sede dai rapitori, sarebbe stata tenuta nascosta a Londra perché testimone di un ricatto subito dalla banca vaticana, lo Ior allora guidato dall’arcivescovo Paul Marcinkus.
Ne esce il racconto di una famiglia travolta da una vicenda tragica i cui confini, tra realtà e fake news, sono andati sempre più ampliandosi. Travolta sì, ma non rassegnata: «Se dopo 42 anni sono ancora qui - ha detto tra le altre cose Pietro Orlandi - è perché le ingiustizie non vanno mai accettate».
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