«Mio padre è morto per le Br, ora vorrei incontrare Mario Moretti»

Ogni volta che la cronaca ripercorre quanto accaduto il 5 giugno 1975 è un tuffo nel suo passato più difficile. Negli anni dell’adolescenza che dovevano essere spensierati e che invece sono stati segnati da quanto accaduto al padre: ferito nello scontro a fuoco alla Cascina Spiotta e poi morto cinque anni più tardi proprio per le schegge di piombo rimaste in corpo. «Io avevo 13 anni quando la vita della mia famiglia venne stravolta» ricorda Francesco Cattafi, psicologo - scelta fatta anche per trovare un equilibrio personale - residente in provincia di Brescia dove si trasferì per amore e figlio del maresciallo dei carabinieri Rosario Cattafi, all’epoca comandante dell’Arma ad Acqui Terme.
Il militare era intervenuto alla cascina Spiotta d’Arzello, nel Piemontese, dove le Brigate rosse avevano nascosto l’imprenditore rapito Vittorio Vallarino Gancia. Ne nacque un conflitto a fuoco con due vittime: da una parte l’appuntato Giovanni D’Alfonso e dall’altra Mara Cagol, che con il marito Renato Curcio aveva fondato le Br. È una della pagine degli anni di Piombo ancora attuali, visto che davanti al tribunale di Alessandria è in corso il processo ai tre ex brigatisti Mario Moretti, Lauro Azzolini e Renato Curcio.
Partiamo proprio dall’ultima udienza dei giorni scorsi. Per la prima volta l’ex Br Azzolini ha ammesso la sua presenza alla Cascina Spiotta il 5 giugno 1975. Era un po’ il segreto di Pulcinella...
«Esatto, credo che la posizione di Azzolini fosse nota anche per le evidenti prove lasciate sui verbali redatti dallo stesso Azzolini che documentava all’organizzazione la sua versione dei fatti. Sul quel documento erano presenti ben 12 impronte digitali che dimostrano la sua presenza durante l’azione alla Spiotta. La parte che ancora manca è invece come ha contribuito lui alla morte di mio padre e dell’appuntato D’Alfonso. È evidente che fu lui a tirare la bomba a mio padre e al collega Rocca per farsi largo e uscire dalla cascina. Nel suo racconto vuole invece solo difendersi, dalla sua codardia.
La ricostruzione fornita in aula da Azzolini coincide con quello che riferì suo padre?
«No non coincide; Mara Cagol uscì con le mani alte lanciando bombe per farsi strada e incontrando l’ostacolo di D’Alfonso.
Mara che esce dalla casa a mani alzate - come riferito dagli ex brigatisti - è storicamente una menzogna. Mara uscì dalla cascina, si con le mani alzate, ma lanciando bombe. Poi rimase ferita anche la stessa Cagol e Azzolini l’aveva abbandonata in terra impedendo qualunque tipo di soccorso a causa dalla sua fuga. Questa è la verità storica e i rimorsi di coscienza di Azzolini vanno in una sola direzione: cerca l’assoluzione o la giustificazione da parte dei suoi compagni.
Sono altresì convinto che Azzolini ha concordato questa versione con i suoi compagni che non aggiunge nulla alla verità processuale poiché era tutto già noto. La novità è che non lo aveva mai ammesso prima di essere stato alla Cascina Spiotta».
Sempre Azzolini dice: «Fu un inferno che ancora oggi mi costa un tremendo sforzo rivivere». Crede sia un reale pentimento?
«Pentimento non lo credo se no avrebbe detto la verità su ciò che è accaduto. Non ha mai ammesso di aver tirato la bomba a mio padre e a Rocca e non dice chi ha ucciso D’Alfonso. Uno si pente solo quando racconta la verità di ciò che realmente è accaduto. Lo sforzo anche psicologico è dovuto sempre dal dover sostenere il falso; mentre al contrario la verità libera, rilassa, mette pace alla mente e al corpo. E lui non mi sembra un uomo pacificato.
Nel nuovo processo tra gli imputati c’è anche l’ex brigatista Mario Moretti che oggi - quando esce dal carcere in semilibertà - vive a Brescia. Proprio come lei. Vorrebbe incontrarlo? E cosa gli chiederebbe?
«Questa domanda mi fa sorridere. Forse è meglio che lo chieda a Moretti se vuole incontrarmi. Io sono comunque pronto a incontrare chiunque per riflettere su quegli anni con onestà e sono sempre disposto e disponibile a cambiare opinione sulla verità storica di quel periodo. Mi interessa un confronto con l’uomo e con il brigatista e su chi è oggi Mario Moretti dopo l’esperienza di quegli anni. Io di certo non mi sento una vittima di quel periodo. Mio padre faceva il suo lavoro con amore e passione e immagino che anche Moretti avesse la stessa passione per fare ciò che ha fatto.
Quello che è successo il 5 giugno 1975 ha cambiato la mia vita e quella della mia famiglia. Quei fatti hanno contribuito a farmi diventare chi sono oggi e sono soddisfatto e felice di chi sono. Ho dovuto attraversare l’inferno per la perdita di mio padre e le ferite che mi porto ancora oggi fanno parte della mia storia. E proprio quello che ho fatto con la mia storia è il terreno per un incontro con Curcio e Moretti. Ciò che è passato è passato, sono molto interessato dal punto di vista umano di sapere chi sono queste persone oggi e se c’è spazio per un onesto confronto con uno sguardo autentico sui fatti accaduti.
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