Luca Micheletti: «Vacanze in Grecia dopo l’ultima Bohème in famiglia»

Luca Micheletti racconta i suoi progetti estivi e per il prossimo autunno fra regia, recitazione e lirica
Elisabetta Nicoli
Un ritratto in bianco e nero di Luca Micheletti
Un ritratto in bianco e nero di Luca Micheletti

«Mi piace esplorare la possibilità di una comunicazione tra mondi diversi, nel recupero di una dimensione arcaica in cui tutto si teneva: musica, danza, parole». Naviga tra mondi diversi il multiforme ingegno di Luca Micheletti: dalle ultime recite della Bohème a Londra in chiusura a una felicissima stagione lirica, al varo della nuova iniziativa del Festival di teatro in area alpina, già guardando a canto e prosa, regia e lavoro drammaturgico per la stagione che verrà. Erede di una tradizione artistica che risale all’Ottocento, attore formato alla scuola di famiglia e nella collaborazione con i grandi registi, con il buon viatico di un dottorato universitario di ricerca, oggi è anche baritono di grande successo sulla scena internazionale. Ci ha parlato del suo impegno estivo e dei progetti.

Con quali finalità si rinnova a Piuro, in Valchiavenna, l’esperienza di Belfort Theater Campus?

Creato nel 2008, è un laboratorio a cielo aperto, per giovani attori provenienti da diverse realtà: è un’occasione per conoscersi e sollecitare la libera creazione. Personalmente è un modo per ricaricare le pile rimanendo collegato alla scena contemporanea: sono nati da queste esperienze sette copioni originali riuniti in un libro. Non si fa solo lavoro didattico, nascono nuove proposte e prendono le mosse da Belfort alcuni progetti. Quest’anno con l’associazione Cieli Vibranti viene inaugurato oggi, 28 luglio, il Belfort Theatre Festival. Il testo del 1904 su Peter Pan, scelto per l’attività del Campus, sarà proposto con la mia regia all’Opera di Roma a dicembre per la prima volta, con le musiche di Bernstein composte negli anni ‘50 in vista di una produzione di Broadway che non si è mai realizzata.

Quale spazio trova ancora la prosa, dopo i grandi successi nella lirica?

Il lavoro su Peter Pan, meraviglioso testo certo non riducibile a una storia per bambini, è sostanzialmente un’operazione di prosa; e al Teatro Greco di Siracusa per la seconda volta parteciperò al Festival di primavera con il Filottete: in entrambe le vicende curiosamente i protagonisti si trovano isolati su un’isola, entrambe riguardano il tema della gestione della solitudine. Il lavoro su Sofocle potrebbe costituire la base per un’interessante collaborazione, con il progetto avviato di riqualificazione del Teatro Romano di Brescia, per contribuire al recupero di un’identità antica, radicata nella classicità. Un progetto nato a Brescia, sulla vicenda del pianista esule Yuri Egorov, potrà prendere il volo con un ulteriore studio. Brescia è sempre stata un bacino accogliente, disponibile alla sperimentazione teatrale con grande attenzione allo spettacolo dal vivo. Mi piacerebbe frequentarla ancor di più.

La musica avrà una parte importante nei nuovi programmi.

Cerco di alternare la mia presenza nei due mondi, uno nutre l’altro. Al Teatro San Carlo di Napoli in prima mondiale sarà presentata in forma completa, a cura di Alessandro Solbiati, «La chute de la maison Usher», opera mai finita di Debussy, con la mia regia e la direzione di Marco Angius. Come cantante, inizierò il nuovo anno con Macbeth a Liège e a Madrid parteciperò a un nuovo allestimento delle Nozze di Figaro. Completo il sogno dell’intera trilogia di Mozart alla Scala, con il Don Giovanni nella sala del Piermarini. A Berlino sarò Iago nell’Otello verdiano a primavera, riallacciandomi a un autore cardine nel mio repertorio. La vita è breve, l’arte è lunga: molti cimenti ancora mi chiamano. Mi piacerebbe interpretare il Don Giovanni di Molière, dopo aver cantato nell’opera di Mozart. Un personaggio operistico che attendo come interprete dopo averlo affrontato come regista è Simon Boccanegra, prossimo ad arrivare.

Con la figlioletta Arianna in scena nell’«Aiace» di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa
Con la figlioletta Arianna in scena nell’«Aiace» di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa

Resta, in tanto fervore d’attività, uno spazio per le vacanze?

Ad agosto, in Grecia, non prima di un’ultima Bohème con mia moglie (Elisa Balbo, soprano, ndr) a Torre del Lago: io sarò Marcello, lei Musetta e la nostra Arianna si ricanta nel frattempo le nostre arie. Io sono salito in palcoscenico a quattro anni, lei mi ha bruciato sul tempo: a un anno e quattro mesi a Siracusa c’era bisogno di un bambino che fosse ancora nell’età dell’incoscienza, per interpretare il figlio di Aiace: per lei è stato un bel gioco, ripetuto in tredici recite.

Resta il tempo per la scrittura?

L’opera ti dà tempo libero, obbligandoti al riposo e in questa fase cerco di scrivere, con il vizio che ho sempre avuto: fatico a leggere un romanzo senza pensare a una trasposizione scenica, a non cercare in un testo la teatralità intrinseca. La produzione più intima, in poesia, non ha mai visto la luce ed è bene che ancora maturi nel cassetto.

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