Da «Lolita» a «Challengers», il tennis come metafora dell’umanità

«Una partita, come un film, è un racconto breve; un’annata di tennis è una vera e propria saga». Tra il 1980 e il 1990, Serge Daney, raffinato critico cinematografico francese, redattore capo dei prestigiosi «Cahiers du cinéma», ha scritto regolarmente di tennis per il quotidiano francese Libération; i suoi articoli, da poco pubblicati nella raccolta «Lo spettacolo del tennis. Match epici raccontati da un critico del cinema» grazie alla Cineteca di Milano, sono dei piccoli saggi in cui sport, cultura e spettacolo si fondono. Autentiche pennellate che illuminano di nuovi significati un punto, una volée, uno scambio sotto rete.
A bordo campo o in poltrona davanti al televisore, Daney fa del rettangolo di gioco il luogo d’elezione in cui prendono forma domande e riflessioni su un decennio d’oro del tennis, sulle sue trasformazioni (tecniche, regolamentari, mediatiche) e, di riflesso, su un mondo in ebollizione. Non cronache, non (solo) commenti, ma ritratti dei campioni, affreschi di un’epoca raccontata anche attraverso i look, il pubblico, la stampa, le tecnologie; il tennis come palestra cinematografica, con i suoi personaggi, le trame e sottotrame, la struttura in atti, i plot twist che indirizzano match e carriere.
Le derivazioni
Del resto, racchette e palline nascondono da sempre una natura drammaturgica che ha ispirato scrittori, registi e intellettuali. In una partita di tennis, non è difficile scorgere sceneggiature avvincenti, archi narrativi nei quali si compie la parabola dell’eroe, profonde introspezioni psicologiche, viaggi interiori negli abissi di una disciplina mentale che può segnare la vita di un’atleta, i suoi trionfi e le sue più dolorose, inspiegabili cadute.

Tra gli sport, il tennis è materia letteraria per eccellenza e diversi autori lo hanno elevato a protagonista di storie o sfondo di conflitti e cambiamenti sociali. Il drammaturgo austriaco Robert Musil pubblicò nel 1931 il racconto «Quando papà imparava il tennis», fotografando il passaggio della disciplina da elitaria a fenomeno di massa, lente attraverso cui leggere l’involuzione di Vienna; Vladimir Nabokov nel suo capolavoro «Lolita» descrive l’estasi che la giovane protagonista accende nel suo mentore proprio per «il suo modo di giocare a tennis, la sensazione allucinata e stuzzicante di vacillare sull’orlo di un’armonia e un fulgore ultraterreni». Il tennis come groviglio estetico, fatto di passi simili a quelli di una danza; una disciplina che ha tra i suoi codici l’eleganza e la purezza di quelli che Gianni Clerici, giornalista poliedrico, ha chiamato «gesti bianchi» nell’omonimo trittico del 1995.
Una tradizione, quella del tennis letterario, che incrocia il Giorgio Bassani de «Il giardino dei Finzi Contini» (1962), in cui la racchetta diventa consolazione e fuga dall’incubo delle leggi razziali per una famiglia ebrea benestante di Ferrara, ma anche uno dei primi racconti di Alberto Moravia, «Delitto al circolo del tennis» (1928), in cui lo spazio chiuso ed esclusivo del circolo è pretesto per una critica impietosa di una società borghese viziata e crudele.

Negli ultimi anni, il legame tra tennis e letteratura è stato interpretato da David Foster Wallace con la sua visione del «tennis come esperienza religiosa» in «Infinite Jest» e in molte altre opere, mentre tra gli scrittori italiani Angelo Carotenuto ha raccontato in «La grammatica del bianco» un’avvincente storia di formazione sul terreno di Wimbledon.
Sullo schermo
Anche il cinema ha provato spesso a cimentarsi con il tennis; da «L’altro uomo» (1951) in cui Alfred Hitchcock costruisce abilmente una storia di tensione che ruota tutta intorno a una partita di tennis nel Queens di New York grazie a un sapiente uso del montaggio e della regia, a «Match point» (2005) di Woody Allen, metafora del caso e dell’incertezza della vita, dalla partita finta senza palline del finale di «Blow-Up» di Antonioni (1966) al triangolo amoroso di «Challengers» (2024) di Luca Guadagnino, dall’epica rivalità di Borg e McEnroe (2017) al prezzo da pagare nel rapporto tra allenatore e campione in erba de «Il maestro» (2025) con Pierfrancesco Favino.

La narrazione del tennis ha scontato il legame con l’immaginario elitario e lo stereotipo di sport di classe, ma senza mai piegarsi del tutto, ricomponendo le fratture e provando a interpretare i fenomeni umani e culturali del proprio tempo.
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