L’idea di «risurrezione» è percepita come un tema lontano e difficile da credere, eppure si moltiplicano rappresentazioni anche non religiose dell’aldilà. Si rimuove l’idea di una vita dopo la morte e si esaspera la mistificazione del presente, come se tutto si giocasse in questo mondo e qui soltanto si potesse realizzare l’immortalità, nelle forme promesse dalla scienza, dalla tecnologia, dalla medicina. Giacomo Canobbio è autore del saggio «Sulla risurrezione. Un mistero teologico e scientifico» (Morcelliana editrice, 192 pp., 18,00 euro). Il volume verrà presentato oggi, martedì 6 ottobre, alle 17.45 nella Libreria Paoline di via Gabriele Rosa 57, a Brescia.
Con l’autore dialogheranno il vescovo di Brescia monsignor Pierantonio Tremolada e Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo. Modera l’incontro Ilario Bertoletti, direttore editoriale di Morcelliana. In vista dell’incontro, abbiamo chiesto all’autore di anticiparci i contenuti del volume.
Giacomo Canobbio, quale spazio c’è oggi per la «vita eterna»?
Viviamo nel tempo del nascondimento della morte, secondo i sociologi. La pandemia ha costituito una sospensione temporanea di tale nascondimento, sebbene si profetizzasse «nulla sarà più come prima». Si è tornati a vivere come se la morte riguardasse soltanto gli altri. E, mentre la morte continua a essere nascosta, ancora di più lo è la risurrezione, che, pur essendo uno dei contenuti fondamentali della fede cristiana, sembra non interessare la maggioranza delle persone, anche di quelle che si dichiarano cristiane. Ciò che interessa è la vita presente. Eppure, il vitalismo che sembra connotare la nostra cultura può essere interpretato come manifestazione del desiderio di non morire e quindi di immortalità. È qui lo spazio per la «vita eterna» che, secondo la fede ebraico-cristiana, è disposta da Dio per gli esseri umani. E per questo si può dire che la fede nella risurrezione risponde all’attesa fondamentale dei viventi e diventa, anche, il criterio di verifica anche della fede in Dio.
Si rappresenta la vita oltre la morte con le immagini del paradiso e della sopravvivenza dell’anima, ma qual è la specificità che contraddistingue la speranza cristiana nella risurrezione e l’ostacolo maggiore nel pensarla?
La matrice della resistenza sta nella originalità e quindi nella non verificabilità della risurrezione: siccome non si riesce a pensarla secondo i parametri abituali della conoscenza della realtà, la si relega nel novero delle favole tipiche del mondo primitivo. Sicché, invece di accogliere l’annuncio, si mortifica l’umano e più profondo desiderio di vivere per sempre. La specificità dell’annuncio è questa: la resurrezione di Gesù dalla morte, definita da San Paolo «l’ultimo nemico» (1Cor 15,27). Risurrezione che, secondo la tradizione teologica cristiana, già nei primi Padri della Chiesa (II-III sec.) come Tertulliano e Origene, riguarda non solo l’anima ma anche il «corpo»; non solo lo spirito ma la «carne». Questo è il paradosso cristiano e la sua unicità.
Nel Nuovo Testamento la risurrezione di Gesù è presentata come evento storico ma anche annuncio di qualcosa che trascende la storia. Come può la teologia tenere insieme le due dimensioni, senza ridurre la storia a passato né a mero simbolo?
È un tema antico, dibattuto dalla teologia classica, e ancora questione cruciale per la teologia contemporanea che non può sottrarsi dal confronto con l’interpretazione teologica della storia, in chiave ermeneutica – da Karl Barth, Rudolf Bultmann, Jürgen Moltmann – ma anche universalistica e cosmologica. Un esempio è nel dibattito aperto dal teologo tedesco Gisbert Greshake, il quale ritiene necessario distinguere che cosa significhi nelle Scritture «compimento della storia», «fine del mondo», «ultimo giorno», e decidere quale accento dare al destino della «singola persona». La vittoria della vita sulla morte può essere pensata come un processo continuo che si realizza nel giungere a compimento di ogni persona umana nella morte, mediante la risurrezione, la quale, va precisato, si attua solo alla fine, cioè quando umanità e cosmo giungeranno a compimento. «Per esprimersi con un’immagine – scrive Greshake – è come per una tovaglia; la si afferra in una parte ma la si solleva tutta, perché ogni punto è intessuto con molti altri».
Una ulteriore sfida in capo alla teologia, nel chiarire ma anche nel distinguere i campi d’indagine, riguarda il confronto con la scienza e con l’idea di materia.
Uno degli aspetti messi in luce dalla discussione cui mi riferivo è che non si può pensare il compimento della materia al di fuori del compimento della persona umana, nel cui processo vitale si attua l’assunzione e la trasformazione della materia stessa. Tale processo si compie nella morte-risurrezione del singolo, ma solo relativamente, per il fatto che, continuando la storia, anche coloro che sono già giunti nello stadio del compimento «aspettano» che la storia tutta vi giunga. L’interrogativo principale verte sul senso della convinzione cristiana secondo la quale nella risurrezione di Cristo il «tutto» è già dato, sicché non c’è più nulla di nuovo da attendere. In ultima analisi, si tratta di interrogarsi sulla condizione dei risorti ma anche dell’intera creazione.
Se dovesse indicare una parola chiave che il tema della risurrezione può offrire a una società segnata dall’incertezza sul proprio destino, quale sceglierebbe?
La parola è senza dubbio «mistero». Usata tuttavia non come alibi della ragione, che di fronte a esso si possa acquietare. Al contrario, la teologia in quanto scienza dovrebbe avere il coraggio di illustrare i contenuti della fede e di non limitarsi a rinviare al mistero, nonché di non farsi determinare dall’idea di sapere «scientifico» come unica, autentica forma di sapere. Perché è custode, testimone e scienza di qualcosa che è sempre al di là. Il mio compito è offrire gli strumenti per determinare dal punto di vista della dottrina cristiana, il concetto di «vita eterna». Ambito che un credente come Giovanni Bazoli (autore del volume «Vita eterna») ha esplorato a partire dal senso che esso assume nella sua esperienza di fede e nella riflessione su tale mistero.




