Cultura

Mons. Canobbio: «La bellezza del Vangelo per la vita delle persone»

Lo studioso festeggerà l’ottantesimo compleanno lunedì prossimo presentando un libro alle Paoline: l’intervista
Monsignor Giacomo Canobbio - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Giacomo Canobbio - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
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Un anniversario tondo e un momento di fraternità che prende spunto da esso, facendolo coincidere con la presentazione di un libro. Il prossimo lunedì 24 novembre, alle 18, alla libreria Paoline di via Trieste, alla presenza del vescovo Pierantonio Tremolada e di Raffaele Maiolini, in un incontro moderato da Ilario Bertoletti e aperto al pubblico, verrà reso omaggio agli ottant’anni di monsignor Giacomo Canobbio, con la presentazione del libro «Una Chiesa per il mondo» (Morcelliana Editrice).

Monsignor Canobbio, se dovesse descrivere in poche righe di cosa si tratta, quali parole sceglierebbe?

«Il libro che verrà presentato raccoglie alcuni articoli di miei ex-alunni e di docenti dello Studio teologico Paolo VI (che ospita anche alunni del seminario di Cremona) e di una docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Obiettivo del libro è mostrare come nel corso del tempo la Chiesa risponda alle condizioni culturali modificandosi. All’inizio c’è un mio contributo che descrive il mio itinerario di riflessione sul tema della Chiesa, cioè come mi sia lasciato sollecitare dalle circostanze per proporre percorsi di vita della Chiesa. Il libro non è quindi mio, bensì dedicato a me. Con anche la prefazione del vescovo».

A proposito dei «percorsi di vita della chiesa», quale ritiene più urgente o, almeno, prioritario?

«A me pare sia fondamentale prestare attenzione alla vita concreta delle persone, che portano in sé domande inespresse soprattutto nelle esperienze di fragilità. Per questo pochi anni fa avevo dedicato un libretto per rispondere alla domanda “Perché Dio ci lascia soffrire?”».

La bellezza e vera ricchezza di ogni esistenza sono gli incontri, le relazioni personali. Se dovesse indicare i suoi punti di riferimento spirituale e culturale, quali persone incontrate nel suo cammino nominerebbe?

«Le persone da ricordare sarebbero tante. Mi limito a ricordare alcuni preti bresciani che mi hanno accompagnato e sostenuto nella decisione di diventare prete: don Stefano Olivetti, don Agostino Canesi, don Giacomo Capuzzi, che diventerà vescovo di Lodi, don Enrico Tosi e i vescovi Luigi Morstabilini, Bruno Foresti, Giulio Sanguineti, Luciano Monari (che avevo conosciuto durante gli studi romani) per la fiducia che mi hanno sempre dimostrato. Dal punto di vista culturale non posso dimenticare alcuni docenti dell’università gregoriana, tra i quali soprattutto Zoltan Alszeghy, maestro di studio rigoroso e di umanità squisita. Devo poi menzionare l’Associazione Teologica Italiana nella quale ho potuto incontrare belle teste pensanti, oltre che amici».

La sua generazione ha avuto la ventura di nascere in un tempo gramo, a contatto con le ferite aperte dalla guerra, ma al contempo di vivere una stagione straordinaria, anche per quanto riguarda la Chiesa. Pensiamo anche soltanto al Concilio. Di quello spirito, quale soffio vibra tuttora e cosa invece rischia di andare perso?

«Ho avuto la fortuna di studiare a Roma negli anni in cui si concludeva il Concilio e nei primi tempi dello studio dei documenti conciliari. Tempi di notevole vivacità, che si trasferiva anche nella vita del Collegio Lombardo dove ero ospite. Vivere a Roma in quel tempo voleva dire respirare con la chiesa tutta e con il mondo. Di quello spirito mi pare che, grazie soprattutto a papa Francesco, si mantengono due aspetti: il coinvolgimento di tutti nella costruzione della vita ecclesiale e l’apertura ai problemi del mondo. Mi pare però che rischi di venire meno un senso di fiducia nelle possibilità storiche dell’umanità».

Semplificando – e chiedendo scusa, perché ogni semplificazione fa perdere parte di quella inevitabile complessità e ricchezza che è la vita comunitaria e di ciascuno – potremmo dire che due sono le visioni riguardanti i cristiani in rapporto con il mondo, a cavallo tra Novecento e anni Duemila: da un lato i cristiani come “sale, lievito”, mischiati dunque al mondo, dall’altro i cristiani come luce sulla montagna, distinti in qualche modo dal mondo. Qual è il suo pensiero?

«In ogni visione ci sono aspetti veri. In tutte le mie riflessioni sulla Chiesa ho cercato di privilegiare la visione del “lievito”, convinto che la Chiesa deve mostrare la bellezza del vangelo per la vita concreta delle persone. Anche per questo, lo sfarzo, gli eventi straordinari a mo’ di fuochi d’artificio non mi hanno mai entusiasmato».

Da ultimo, lei si è distinto per la capacità di studiare, leggere e interpretare i fenomeni sociali e religiosi. Ha scritto moltissimo e ancor più ha insegnato. Se dovesse scegliere un solo pensiero da consegnare alle generazioni che verranno, ciò che ritiene più importante, il tesoro che ha trovato nel suo campo, cosa direbbe?

«Ai miei studenti del seminario ripetevo spesso che il compito del prete è aiutare le persone a pensare, anche la fede, perché questa è intelligenza profonda della realtà tutta, in particolare della vita delle persone, oltre che ovviamente del signore Gesù».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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