«La Dc superata dalla storia, ma i valori sono un patrimonio»

Il libro di Andrea Vezzaro «La caduta. Cronache sulla diaspora democristiana», che lunedì sarà presentato a Brescia, è una meticolosa ricostruzione della dissoluzione del partito
Nicola Rocchi
Aldo Moro
Aldo Moro

Il libro di Andrea Vezzaro «La caduta. Cronache sulla diaspora democristiana» (prefazione di Flavia Nardelli Piccoli, Ronzani editore, 284 pp., 24 euro) porta utili spunti di riflessione sulla convulsa stagione politica da cui nacque la Seconda repubblica. È una meticolosa ricostruzione degli eventi che, tra il 1993 e il 1995, condussero alla dissoluzione della Democrazia cristiana, il partito che per quasi 50 anni aveva governato l’Italia, e alla «diaspora» dei suoi componenti verso diverse e opposte sponde politiche.

Vezzaro, che insegna italiano e storia nella scuola secondaria, presenterà il libro a Brescia lunedì 26 ottobre alle 20.45 nel Teatro San Giovanni in contrada San Giovanni 12. L’incontro è promosso dalle associazioni culturali «Aldo Moro Mino Martinazzoli» e «X Giornate di Brescia» nel 15° anniversario della scomparsa di Mino Martinazzoli che della Dc fu l’ultimo segretario, eletto il 12 ottobre 1992. Con l’autore, che abbiamo intervistato, discuteranno Marco Follini, Lino Duilio, Federico Manzoni e Gian Antonio Girelli.

Professor Vezzaro, quali furono le cause principali di quella «caduta»?

Molti sostengono che il detonatore fu Tangentopoli nel 1992, ma era solo l’ultima goccia. Già all’inizio degli anni ’70 si parlava di «questione democristiana». I primi sentori si videro con i referendum del 1974 e dell’81 su divorzio e interruzione volontaria della gravidanza, nei quali anche mondi cattolici votarono contro le indicazioni del partito. Nel 1975 si tentò un cambiamento con la segreteria di Benigno Zaccagnini, ma tutto si sgretolò nel ’78 con il rapimento e la morte di Aldo Moro. Nell’89 il crollo del muro di Berlino segnò la fine del voto ideologico. La caduta, insomma, fu il frutto di un lento processo.

Cita un discorso del 1993 nel quale Martinazzoli indica la causa del declino nel «venire meno del pensiero e dell’azione politica». Aveva ragione?

Dopo il crollo del muro, disse, molti pensano che la politica sia da buttare. Ma così emergeranno altri poteri: Martinazzoli vedeva nell’economia e nella tecnica – oggi potremmo aggiungere la finanza – i poteri che avrebbero superato e delegittimato quello politico. Credo che quel discorso, a distanza di 30 anni, sia illuminante: se metti in crisi i partiti, va in crisi la democrazia.

Andrea Vezzaro
Andrea Vezzaro

Martinazzoli ebbe allora un ruolo centrale: quali furono, secondo lei, i suoi meriti e i limiti?

Molti lo ritengono il «liquidatore» della Dc, ma non è così. Lui tentò dapprima di riformare il partito, circondandosi di importanti collaboratori, azzerando il tesseramento, lanciando un nuovo manifesto deontologico… Le elezioni amministrative del 1993 furono però una disfatta, perché il sistema elettorale maggioritario tagliò fuori il centro.

Con l’assemblea costituente del luglio 1993 iniziò il percorso verso il Partito popolare, rinato nel gennaio ’94.

Fu il tentativo di «rinnovare senza rinnegare». Martinazzoli sperava di tener dentro tutti, ma già in autunno iniziarono le prime fuoriuscite: i Cristiano sociali e poi il Ccd con Mastella e Casini. Ci furono anche altri fattori: finiva la legislatura, Berlusconi era già pronto a scendere in campo. Martinazzoli non aveva i poteri taumaturgici che molti gli attribuivano.

Contarono anche le vicende bresciane?

A fine ’91, segretario Forlani, si tenne la conferenza nazionale di Assago, ennesimo tentativo di autoriforma interna. Ma sui giornali la notizia principale fu che alle elezioni comunali di Brescia, una delle capitali del cattolicesimo politico, la Lega Nord era risultata il primo partito. Nel 1994, invece, Martinazzoli sarebbe diventato sindaco con l’elezione diretta, inaugurando l’alleanza che anticipò l’Ulivo di Romano Prodi.

Ppi, Margherita, Ccd, Cdu, Udr, Udeur, Udc… La sconfitta alle elezioni del 1994 accelerò la disgregazione.

Fu una diaspora. Sicuramente pesò l’affermazione del bipolarismo, grazie ai referendum promossi da Mario Segni, e anche la convinzione che fosse ormai superata l’idea del partito unico dei cattolici, ormai distribuiti da destra a sinistra.

I reduci di quella diaspora sono tutti un po’ nostalgici… Il sogno di ricomporre la Dc è da abbandonare?

Ho conosciuto chi ancora lo coltiva, ma credo che ogni fase storica abbia avuto i suoi partiti ed è giusto che oggi vengano studiati più che ricomposti. I valori della Dc, come l’europeismo o il parlamentarismo, sono diventati patrimonio comune; il suo tempo è stato superato dalla storia, ma resta un partito da ricordare soprattutto per i meriti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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