La politica urlata di oggi e l’eredità di Mino Martinazzoli

Chissà se l’anniversario della morte di Mino Martinazzoli ci aiuterà a qualche riflessione utile? Nella temperie dell’oggi, come avrebbe detto lui. Difficile immaginare un tempo più lontano dalla sua sensibilità e dalle sue idee. La politica come mitezza. Chi lo sosterrebbe oggi? Chi avrebbe ancora la forza di distinguere tra la politica originata dalla «polis», alternativa al bellicismo della politica come derivato di «polemos».
Oggi prevale lo spirito della guerra su quello della città. Prevale nel regno di Trump, che pretende di essere «first» in tutto. E prevale a casa nostra, ogni giorno e per ogni occasione. I toni sono quelli dell’insulto. Cosa direbbe Martinazzoli, che era un esteta della politica, raffinato affabulatore che univa una retorica dai toni sussurrati alle citazioni sorprendenti? Vestiva l’ironia con il sorriso appena accennato e credeva nella mediazione come regola. Non si riesce neppure ad immaginarlo, un suo post sui social. Altri tempi.
Quando se ne andò, 14 anni fa, Brescia e il Paese gli resero l’omaggio dovuto. Usciva di scena un personaggio che aveva attraversato la seconda parte della Prima Repubblica ed era stato fra i protagonisti del passaggio verso una stagione che ancora oggi è avvolta da crisi e sussulti. In quei giorni, e ancora oggi, si intrecciavano e si intrecciano due sentimenti. Da una parte si considera la grandezza della sua storia.
Avvocato brillante, presidente della Provincia, in Senato e alla Camera dal 1972 al 1994, per tre volte ministro, la prima con Bettino Craxi, le altre due con Giulio Andreotti. Poi sindaco di Brescia, infine in Regione. In quegli anni il nome di Mino spuntava come candidato ad ogni occasione: per la Corte Costituzionale, per la Presidenza del consiglio, persino per il Quirinale. E invece gli toccò il ruolo di traghettatore nella fase più critica dell’Italia travolta da Tangentopoli e dall’incompiuta transizione istituzionale dopo il referendum di Mario Segni. A questo versante si aggancia il secondo sentimento, quello della critica verso chi pose fine alla parabola democristiana - e del Ppi da lui fondato nel ’92 - con un fax.
A Mino Martinazzoli si sono aggrappati quelli che tentavano di salvare la Dc. Erano gli stessi che nel 1989 gli avevano tributato venti minuti di applausi, al congresso nazionale del partito, ma poi avevano eletto segretario Arnaldo Forlani. Lui ci provò, cambiando il nome e cercando una redenzione nell’originario filone del Partito popolare. E perse una parte della vecchia Dc, che già guardava con interesse alle manovre di Silvio Berlusconi.
Martinazzoli non poteva andare con Berlusconi: lui era uno dei quattro ministri (c’era anche Sergio Mattarella) che nel 1990 avevano dato le dimissioni per arginare lo strapotere del Biscione fra le televisioni commerciali. Provò a salvare lo spirito della Dc ponendola al centro, distinguendosi dal centro-destra che al nord imbarcava leghisti e al sud missini, e dalle mutazioni dell’ex Pci di Achille Occhetto. Ma non si poteva salvare il centrismo democristiano dopo che erano state cambiate tutte le leggi elettorali in direzione maggioritaria e senza la leva del proporzionale che aveva permesso di tenere insieme le correnti della Balena bianca. Intanto la Curia romana, sull’onda del cardinal Camillo Ruini, già aveva preso la strada dell’intervento diretto all’insegna dei «valori non negoziabili». Per dirla con un politico del tempo: non fu Martinazzoli a uccidere la Dc, a lui toccò di celebrarne le esequie funebri.
Poi vennero l’esperimento dell’alleanza a sinistra che lo porrà in Loggia come sindaco di Brescia e la candidatura alla presidenza della Regione Lombardia contro Roberto Formigoni. Da quel fax di dimissioni, dopo la sconfitta elettorale del 1994, era iniziata una nuova stagione per l’impegno dei cattolici democratici, una traversata in terreno insidioso che dura ancora oggi. Potrà apparire singolare che questa ricorrenza cada proprio mentre il mondo dei cattolici che ancora guarda alla politica stia al centro di un dibattito che si è riacceso.
L’occasione è stato il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, che ha di fatto messo in contrapposizione la scelta operativa di Comunione e liberazione alla scelta religiosa che fece l’Azione cattolica, uscendo dal collateralismo con la Dc. Nervo scoperto, reazioni roventi. Nessuno più invoca un partito (unico o prevalente) dei cattolici, ma molti si interrogano che ruolo possano avere per non diventare strumenti delle sirene a destra o ignorati nell’indifferenza a sinistra. L’accusa a Martinazzoli di aver gettato troppo presto la spugna oggi viene anche da chi manifesta nostalgie per la Dc, che rispuntano. Ma come diceva l’antropologo René Girard, - «la nostalgia è il lutto di qualcosa che non è avvenuto».
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