Due «esploratori dell’immaginario» convocati per confrontarsi sul vuoto e il silenzio e mostrare il carico di potenzialità, creatività, scoperte che da questi contenitori può scaturire. Il fisico Guido Tonelli, uno dei protagonisti della storica scoperta del bosone di Higgs avvenuta nel 2012 al Cern di Ginevra, ha dialogato mercoledì sera sulla «eleganza del vuoto» con il pianista Daniele Alberti, direttore artistico del Festival LeXGiornate promosso da Fondazione Soldano. Un duetto ospitato da un luogo insolito: il piazzale della discarica rovatese del Gruppo Cogeme, che ha inserito alcuni appuntamenti del festival nel percorso del progetto Cogeme Next con cui definisce il proprio piano industriale decennale.
Vuoto «pieno» e silenzio
Viene spontaneo identificare il vuoto con il nulla. Invece, come ha spiegato Tonelli, il vuoto descritto dalla meccanica quantistica «è in realtà pieno, impregnato di possibilità. È una specie di giacimento infinito, contenente ogni forma possibile di materia e antimateria. Vi sono rinchiusi tutti i campi e tutte le interazioni, che non cessano di ribollire, senza sosta, al suo interno, fluttuando ordinatamente attorno a valori medi nulli. Questo vuoto può contenere infinite onde in opposizione di fase, tali da cancellarsi a vicenda: la loro somma è zero».
Cosa c’entra tutto questo con la musica? «L’analogia è data dal silenzio. Se sovrappongo tra loro più onde sonore in opposizione di fase ottengo il silenzio più totale». Beethoven, ha ricordato Alberti, disse che la cosa più difficile era scrivere «i silenzi intorno alle note». Proprio servendosi di una sonata del compositore tedesco, l’«Appassionata» in Fa minore, Alberti ha mostrato come un genio musicale sia in grado di accostare tonalità lontane fra loro, connettendole attraverso il silenzio, «quella frazione di secondo che crea nell’ascoltatore uno stato involontario di disagio e che si popola di un’energia potentissima».
Emozioni e suoni
Un altro silenzio è evocato da Tonelli: nel 2010 al Festival di Lucerna, dopo l’ascolto della Nona sinfonia di Mahler diretta da Claudio Abbado, il pubblico tacque per oltre due minuti. «Tutti rimasero a meditare sulla musica ascoltata, prima di ritornare su questa terra. Come c’è un vuoto gravido di materia, esiste un silenzio gravido di emozioni e suoni». Ma c’è anche chi, come John Cage, è andato in cerca del silenzio assoluto: «Per ascoltarlo entrò in una camera anecoica, perfettamente isolata dall’esterno. Sentiva comunque il battito del cuore, il flusso del sangue nelle vene… si convinse che il silenzio assoluto non esiste».
«4’33”», il brano concepito da Cage nel 1952 ed “eseguito” da Alberti l’altra sera, è frutto di quelle riflessioni. Il musicista siede al pianoforte senza suonare. Non c’è però silenzio, perché protagonisti diventano i rumori che le note nascondono: a Rovato i motori distanti di auto e camion, i colpi di tosse di spettatori un po’ infreddoliti, il passaggio di un aereo. «Se Cage fosse vissuto più a lungo – commenta Tonelli – sarebbe forse andato nello spazio: il silenzio assoluto è lassù, fuori dall’atmosfera del nostro pianeta. Nel cosmo tutti i fenomeni, anche i più catastrofici, accadono nel silenzio più totale». Noi, tuttavia, li trasformiamo in suoni: «Li traduciamo in frequenze acustiche. Siamo talmente affezionati alla bellezza del suono che non possiamo immaginare un universo dove regna il suo opposto».
Il vuoto, infine, è lo spazio dell’immaginazione. Quella, ad esempio, dei giovani scienziati che nel 1964 teorizzarono l’esistenza del bosone di Higgs, dimostrata al Cern quasi 50 anni dopo: «Intuirono che un meccanismo incredibile occupa l’universo intero, c’è un campo invisibile che ha un ruolo decisivo nel far sì che la materia acquisti la possibilità di aggregarsi e noi, quindi, quella di esistere. Quei pensatori osarono guardare il nulla negli occhi».



