Elisabetta Belotti: «Il cyberbullo esiste perché nessuno interviene»

La scrittrice ha incontrato gli studenti delle scuole medie di Pontoglio per presentare ai ragazzi il suo libro «Viola nella rete»
Giacomo Baroni
Il cyberbullismo, un problema dell'epoca digitale
Il cyberbullismo, un problema dell'epoca digitale

«Ai ragazzi vorrei spiegare che il cyberbullismo non colpisce solo gli altri e non è necessariamente grave come nei fatti di cronaca. Anche storie meno tragiche possono lasciare ferite. Bisogna tenere gli occhi aperti e parlare con genitori, amici, insegnanti. Se ci si sente vittime, chiedere aiuto; se si assiste a qualcosa non distogliere lo sguardo.

Il bullo spesso esiste perché intorno nessuno interviene». La rete può aprire le porte del mondo oppure trasformarsi in un’insidiosa trappola. Ma «rete» può anche significare un legame tra persone che si aiutano e si proteggono.

Nei giorni scorsi Elisabetta Belotti, autrice bergamasca e insegnante, ha incontrato gli alunni della scuola secondaria di primo grado «Salvo D’Acquisto» di Pontoglio per parlare del suo libro «Viola nella rete». L’incontro rientra nel percorso di prevenzione del bullismo promosso dall’istituto. Pubblicato da Einaudi Ragazzi, il romanzo affronta il tema del cyberbullismo attraverso le pagine di diario e i diversi punti di vista dei protagonisti, alle prese con un furto d’identità sui social. Sarà il sostegno tra i ragazzi a permettere di scoprire il colpevole.

Le classi seconde della professoressa Simona Sanzogni hanno partecipato con entusiasmo, presentando all'autrice i lavori svolti dopo la lettura del libro e confrontandosi con lei sul delicato argomento.

La scrittrice Elisabetta Belotti con gli alunni di Pontoglio - © www.giornaledibrescia.it
La scrittrice Elisabetta Belotti con gli alunni di Pontoglio - © www.giornaledibrescia.it

«Mi fa piacere che questa storia continui a circolare nelle scuole», spiega l’autrice. «Il libro ha anche un seguito, Chiara nella rete, che racconta della bulla e delle conseguenze delle sue azioni. Sono convinta che di questi problemi si debba parlare continuamente. Una parte importante spetta alla famiglia: il cellulare viene dato troppo presto. È uno strumento molto utile ma anche diabolico, se usato male».

I ragazzi che incontra sono consapevoli dei rischi della rete?

Non sono ingenui o sprovveduti. Il pericolo è che sovrastimano la propria capacità: pensano di saperli gestire e di non cadere nella trappola.

Per loro è facile comprendere di essere vittima di cyberbullismo?

Dipende dalla maturità emotiva e dalla rete sociale. A volte non sono loro ad accorgersene ma persone esterne che gli aprono gli occhi su situazioni che tentano di minimizzare. Uno degli errori delle vittime è non chiedere aiuto e pensare che basti aspettare.

Oltre che scrittrice, lei è docente. Ci sono esperienze reali alla base di questo libro?

La vicenda del profilo falso no, ma alcuni spunti provengono da situazioni viste in classe. Soprattutto sul tema dell’esclusione, che è una forma di bullismo. Il gruppo WhatsApp per i compiti, feste o incontri in cui vengono emarginate poche persone. La scuola può fare prevenzione ma il controllo del telefono spetta ai genitori, che dovrebbero parlare con i figli e capire a cosa sono esposti. Non solo le aggressioni fisiche o verbali lasciano sofferenze e segni pesanti.

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