Opinioni

La vita emotiva dei giovani in rete

Come viviamo le nostre emozioni e come le esprimiamo in rete? Oggi è una domanda cui non si riesce a rispondere con facilità
Un ragazzino davanti al computer - © www.giornaledibrescia.it
Un ragazzino davanti al computer - © www.giornaledibrescia.it
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Come viviamo le nostre emozioni e come le esprimiamo in rete? Oggi è una domanda insistente, cui non si riesce a rispondere con facilità perché non abbiamo ancora capito se siamo in vantaggio o in perdita.

Un interrogativo per gli adulti ma ancora di più per i bambini e gli adolescenti che, in questo momento storico, crescono con emozioni ridotte senza un nome per la gran parte di esse. Hanno però innumerevoli faccine che pure loro sono senza un nome specifico. A pensarci bene poi c’è una grande differenza nell’esprimere ciò che proviamo con l’immediatezza delle espressioni facciali, gestuali o vocali, piuttosto che con le emoticon.

Nelle comunicazioni virtuali e nelle chat certo le faccine velocizzano lo scambio, ma siamo sicuri che dove manca il corpo e restano le emoticon a dire cosa si prova, una o più faccine facciano arrivare lo stato d’animo provato? C’è da dubitarne, perché da un po’, con imbarazzante frequenza, vedo una sequela di emoji una dietro l’altra che alludono a emozioni diverse.

Mi chiedo se non sia una comunicazione ironica o confusiva. Fatico a rispondere. Concludo, a volte, che il modo odierno di comunicare i sentimenti nelle interazioni sociali per lo più digitali, ci sta complicando la vita, in quanto le emozioni più complesse da decifrare sono più suscettibili di fraintendimento.

L’altro elemento specifico, che peraltro riguarda le nuove generazioni (ma non solo), è soprattutto la comunicazione offensiva e violenta che abbonda nel cyberbullismo. I bulli digitali mandano messaggi infuocati di offese e minacce senza curarsi delle reazioni emotive del destinatario.

Inesistente il pensiero dei danni provocati in chi riceve offese verbali. Ricordo anni fa un’efficace campagna di sensibilizzazione dal titolo «Anche le parole uccidono» avviata da un paio di riviste italiane per portare l’attenzione al potenziale devastante del linguaggio che può essere simile a quello di un proiettile.

La pericolosità e la carica offensiva aumenta perché nelle comunicazioni virtuali, non c’è un feedback fisico e visivo da parte di chi le riceve e l’inviante non riesce a percepire quale effetto abbiano prodotto le sue parole, tantomeno a empatizzare.

La comunicazione digitale col tempo produce una sorta di anestesia dei sentimenti che si fa freddezza relazionale o psico-apatia, il che riduce al minimo la risonanza emozionale specie tra i giovani (U. Galimberti, «L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani»).

Poco alla volta si riducono le interazioni umane e nel bullismo virtuale il cyberbullo diventa un aggressore che non sa vedere cosa prova la vittima, priva di quel contatto visivo ed emotivo che serve per capire l’altro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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