Le vacanze sono finite, si torna a scuola e dialèktika si occupa di faccende impegnative. E dunque tenetevi forte! Viva la mamma cantava Eugenio Bennato nel 1989. «Che bela la mama!» diremmo noi bresciani. Ora facciamo un esperimento: chiedete a qualche amico di pronunciare la frasetta citata ed ascoltate con attenzione le a finali di bela e di mama. Noterete che qualcuno le pronuncia esattamente come le a dell’italiano, qualcun altro invece le articola in modo, per così dire, più rustico e oscuro, con un suono prossimo a quello della ò aperta (l’ «ho» del verbo avere, per capirci). E gli è talmente prossimo che qualcuno arriva a scrivere: «Che belò la mamò». Come sta la faccenda?
Tutto nasce dal fatto che chi prova a scrivere il dialetto tende a seguire le regole e a replicare segni e suoni che conosce, ovvero quelli della lingua italiana; ma quella «a» rustica e oscura, che fa tanto bresciano, nell’italiano standard non esiste; ammetto che il suono della ò è quello che più le si avvicina. E da qui nasce l’equivoco.
In realtà quella «a» bresciana che compare alla fine di molte parole, corrisponde a quella che i linguisti definiscono «vocale posteriore aperta non arrotondata». Ma allora qual è la pronuncia corretta? A mio parere, lo sono entrambe; si tratta di due modalità diverse – allofoniche, dicono gli esperti – di riprodurre la «a» (non accentata) in fine di parola. Suggerirei invece di evitare l’uso, nello scritto, del segno «ò», che, a ben vedere, non è corretto e appesantisce la lettura.




