Dal maizi alla füsela si fa presto a dire polenta!

Portato in Europa già da Cristoforo Colombo, e chiamato prima grano d’India e poi granoturco, si diffuse soprattutto, per quanto ci riguarda, nella pianura Padana
Una pannocchia
Una pannocchia

Mahiz, maizi, maiche, tlaolli, ixmil, cintli, pliki, aba, tonko… «Galvagni, gh’et el servèl che te sora?». No, non sto farneticando: sono i nomi che alcune lingue indigene davano al «nostro» furmintù, materia prima della polenta, grande presenza nella cucina bresciana. Portato in Europa già da Cristoforo Colombo, e chiamato prima grano d’India e poi granoturco, si diffuse soprattutto, per quanto ci riguarda, nella pianura Padana.

Ed eccola la nostra pannocchia gialla (ma ve ne sono anche rosse, bianche e – mi dicono – addirittura blu), che il dialetto chiama in mille modi: füs o anche füsèla (specie nella Bassa); canù (che è pure il tutolo, ovvero la pannocchia spogliata dai chicchi), anche come canù del furmintù; malga (attestato in Valsaviore) o melga (anche nella forma smasa de malga/melga), mentre melgàs è il gambo; pagnòca; panòcla (soprattutto in Riviera e Valsabbia); smànsa; pìsola (Bagolino); manèla (talvolta usato anche per il tutolo).

Anche quest’ultimo poi, quanto a nomenclatura, non scherza: mógol, margatèl, canarèl, mosegù (che indica generalmente anche il torsolo della frutta); bonèl o bonèt (usati perlopiù in Valsabbia); borgiòt (Pontoglio); bòtol (Valcamonica), usato anche per bocciolo; canarèl o canarèt; culèl (Remedello); grógol o grùgul (Borno); güsì (Lumezzane); morsèl (Pralboino); panoclèt o panuclì (Riviera gardesana); tenèl e tütol (Valcamonica). Chi l’avrebbe mai detto che in una fetta di polenta ci fosse tanta varietà linguistica?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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