Solo ai proverbi è dato di scherzare non solo con i fanti, ma anche con i Santi. Il proverbio, per quanto la trasmissione sia prevalentemente orale, è un vero e proprio genere letterario. Il suo punto di forza è spesso la rima, che ha, tra l’altro, il compito di supportare la memoria. Ricordate gli epiteti omerici? Achille piè veloce, Afrodite dalla bella corona, Atena glaucopide? Solenni e affascinanti fin che volete, in fondo servivano allo stesso scopo, erano «ganci» della memoria: Sant’Antone dela barba bianca (ecco l’epiteto), fam troà chel che me manca (ecco la rima).
A proposito di Sant’Antonio, c’è una questione aperta: oltre al noto abate (17 gennaio), c’è pure Sant’Antonio da Padova (13 giugno), che, a dar retta all’adagio, lavorerebbe pure lui nel settore… della ricerca: Sant’Antone padoà, chel ch’o perdit famel troà. E non è finita: sapete che di Sant’Antonio nel calendario ce n’è ben diciannove? Non hanno forse diritto anche loro al proverbio? Il proverbio è strumento agile e diretto e con un po’ di fantasia possiamo giocare a dar vita a qualche falso d’autore. D’accordo: scherzar coi fanti ma non coi Santi, ma qui lo si fa benevolmente. E allora cominciamo (usiamo il «voi»): Sant’Antone Zacaria (5 luglio), truìga el murus ala me zia; Sant’Antone de Galvao (23 dicembre), truìn giü che el sies brao; Sant’Antone Kim Song-u (29 aprile), che el sies brao e che el sies bù; Sant’Antone Maria Claret (24 ottobre), se el ghe pias mia… la se ‘l farà ‘na bé. Infine il Beato Antone Paù… che el les la dialèktika e el me fa cuntintù.




