Francesco Guccini, oltre che cantautore e scrittore, è stato studioso di tradizioni popolari, in particolare del dialetto della sua Pavana, di cui, tra l’altro, nel 1998 pubblicò un piccolo dizionario. In uno dei tanti suoi interventi che ultimamente si sono letti e visti sui social, Guccini sostiene che, da almeno un ventennio, i dialetti sono stati sostituiti da una lingua ibrida, un dialetto infarcito di italianismi, soprattutto – ma non solo – per quel che riguarda i vocaboli.
È così? Non è così? Le lingue – e dunque anche il nostro bresciano – sono organismi viventi, in continuo mutamento; non deve destare stupore, dunque, se acquisiscono forme e parole nuove, magari prendendole a prestito da altre lingue, nel nostro caso prevalentemente dall’italiano.
Il difficile è stabilire quanto questi prestiti siano, per dir così, leciti o se invece ne snaturino radicalmente l’identità e la fisionomia: quanti di noi, quando si esprimono in dialetto, usano ormai forchèta invece di perù e pórta al posto di ös? Albicòca per ambrognàga o lavandì per sicér?
Certo: se maiàl sostituisce porsèl, se sento ag invece di ùcia/vicia, un brivido mi corre lungo la schiena. Ma il confine è incerto e in genere non possediamo strumenti che ci permettano di dirimere la faccenda. A chi voglia esplorare la questione, suggerisco due dizionarietti: quello di Stefano Pinelli (1851), ripubblicato dalla Grafo nel 1976, e quello di Gabriele Rosa (1877). Entrambi si occupano appunto delle voci bresciane che si discostano materialmente dalle equivalenti italiane.




