Francesco Guccini: a cosa è servito vivere, amare, soffrire

Artigiano della parola: è stato cantautore, narratore, attore. Ha cantato il tempo, la politica, gli amori e le sconfitte trasformando storie (anche) normali in qualcosa di irripetibile. Non eri più giovane e bello, ma resti un eroe
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Francesco Guccini
Francesco Guccini

Si dovrebbe partire da qualche citazione presa da un suo pezzo. Oppure da un canzone che gli è stata dedicata. La verità è che scrivere di Francesco Guccini potrebbe rendere tutto incredibilmente banale. Una caratteristica che a lui non si è mai appiccicata addosso e che forse, negli altri, gli dava pure un po’ fastidio.

Guccini è morto a 86 anni, nella sua casa di Pavana. Ha lasciato per sempre un ricordo tra i castagni dell’Appenino. Non c’è stato nessun segnale, se n’è andato con naturalezza. Come con naturalezza si era ritirato dalla scena musicale. Una scelta che ho sempre ammirato. Perché non è mai facile capire qual è il momento giusto per lasciare la strada. Magari è stato più facile per un uomo così colto, «il cantautore più colto della musica italiana», secondo Umberto Eco, un altro che con le parole di certo ci sapeva fare. Eppure lo stesso Guccini non si definiva «artista», ma «solo piccolo baccelliere» o «umile artigiano»: un uomo che non amava etichette rigide, ma che – qui sì ci scuserà per la banalità – ha sempre detto e scritto ciò che pensava.

Le storie

La giornalista Guia Soncini anni fa intitolò un suo pezzo «Guccini è uno scrittore che per qualche decennio ha scritto canzoni». Nulla di più vero. Guccini era un letterato che con le parole giocava e si divertiva. E complicava un po’ la vita a chi qulle canzoni cercava di capirle fino in fondo. Il primo ricordo che ho è il disco Stagioni ascoltato in macchina da piccoli nei viaggi con i miei genitori. C’erano canzoni come Don Chisciotte ed E un giorno, pensate quanto potessi capirle. Ci ho messo anni per comprendere tutto ciò che voleva dire nei suoi testi. E non ho mai sopportato chi, parlando del Maestrone, si soffermava sulla sua erre moscia per qualcuno inascoltabile. Guccini era – pardon, è – soprattuto «stoviglie color nostalgia» e «vite vagabondate al sole». È «la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi Venezia la vende ai turisti». E qui mi fermo. 

Guccini è riuscito a raccontare storie che non si esaurivano nei minuti della canzone. Farewell, Quattro stracci e Vorrei compongono una trilogia d’amore che non ha eguali nella storia della musica italiana. Dalla storia d’amore che nasce e finisce «e il peccato fu credere speciale una storia normale» all’invettiva contro la donna con i suoi «Also Sprach di maturazione», fino al sentimento che sboccia nuovamente guardando «stupito il lancio, la grazia, il volo
Impliciti dentro al semplice tuo camminare».

Eppure la canzone che tutti ricordano è L’Avvelenata. «Ma ho scritto brani migliori», ammetteva lui stesso. Uno sfogo contro il giornalista Riccardo Bettoncelli è diventata il simbolo della ribellione a un mondo musicale che non sempre è idilliaco. E ripresa poi da Luciano Ligabue nella sua Caro il mio Francesco, dove citando lo stesso Guccini ammette che «uno sfogo fa sbagliare spesso la misura».

Ma il brano che non poteva mai mancare ai suoi concerti era La Locomotiva, nata per ricordare il macchinista Pietro Rigosi che rubò un treno a vapore e si scaglio contro i ricchi borghesi. «Bolognesi! Ricordatevi: Sting è molto bravo, però tenetevi il vostro Guccini. Uno che è riuscito a scrivere 13 strofe su una locomotiva, può scrivere davvero di tutto», disse Giorgio Gaber al pubblico a un suo concerto.

E pensare che quella canzone la scrisse in venti minuti. «Sentivo dire dai alcuni colleghi: “adesso devo chiudermi in casa per scrivere il nuovo album”. Chiuderti in casa? Le canzoni o mi venivano oppure no». Qui c’è tutta la mia ammirazione per Guccini. Io in venti minuti non sono nemmeno riuscito a scrivere un articolo per ricordarlo. 

Saggio ignorante di montagna

Per me Guccini è stato un intellettuale. È stato più di quei saggi ignoranti di montagna, che pure sapevano Dante a memoria e improvvisano di poesia. Guccini ha disegnato immagini con le parole. Sono state sempre messe bene, una dopo l’altra, al posto giusto. Unite danno vita a storie e fanno riviere personaggi: ascoltate, per favore, l’album Ritratti. Insomma, non erano le «canzoni inutili di oggi» che il Maestrone ha spesso criticato. 

Francesco Guccini non si è però limitato solo a questo. Un’oretta fa, alla notizia della morte, abbiamo ricordato le sue interpretazioni cinematografiche, con Leonardo Pieraccioni, con Paolo Pietrangeli e con Ligabue. Quando diventa barista e allenatore di una squadra di calcio. «Complimenti per la birra, bella caldina… cos’è la tieni nel thermos?» «No… ci do un colpo di fornello apposta per te».

È stato tutto questo e molto di più, ma conservava genuinità. Cercate il video in cui lui, Lucio Dalla e Roberto Vecchioni cantano Porta Romana in osteria. Non aggiungo nulla, dovete solo godervelo, oggi più che mai. 

Francesco Guccini è morto. E avrebbe detto che alla fine «tutti avremo due metri di terreno». È vero maestro, ma tu avrai anche qualcosa di più. A te è servito vivere, amare, soffrire. Ed è servito anche a tutti noi. Non eri più giovane e bello, ma resti un eroe. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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