«Che cos’è questo?» chiese il professore alla classe, indicando l’oggetto appena tolto dalla borsa: «Un sasso» rispose qualcuno. «Una pietra» ribatterono altri. «Questione di genere!». Di genere grammaticale, ovvio, visto che il grosso ciotolone che stava al centro della cattedra – vultel e pirlel – non pareva possedere alcun esplicito attributo sessuale.
Se è vero che, per quel che riguarda gli esseri animati, vi è quasi sempre corrispondenza tra genere biologico e grammaticale, per gli oggetti inanimati e i concetti astratti il genere grammaticale è di solito frutto di una convenzione, anche se bisogna riconoscere che un qualche effetto sulla nostra rappresentazione del mondo lo lascia.
E il bresciano qualche scherzetto ce lo fa; non sono pochi infatti i vocaboli che, passando dall’italiano al dialetto (magari attraverso qualche lingua romanza) cambiano di genere: il sale in dialetto è la sal; il sonno la son; il miele è la mel (femminile anche in spagnolo e in rumeno); la löm è il lume (talvolta anche la luce); l’azét è l’aceto; la cöf / cöa / cöva sono il covone (femminile come in spagnolo); il fiele è la fél (come in rumeno) e la ruggine diventa el rüzen.
Se passiamo nell’orto e nel frutteto, la mela diventa el póm e la pera el pir; la verza si fa maschile, el/i vers, e il peperone, al contrario, si femminilizza in peerùna. Chiudiamo con una delle parole più belle del vocabolario: l’amore; maschile italiano, nel “dialetto classico” è spesso femminile (come in russo). Ricordate? Quand che l’amur la gh’è – e non el gh’è – la gamba la tira el pè.




