L’italiano, com’è noto, è diventato lingua nazionale solo nel Novecento; prima, e per secoli, fu invece una sorta di «dialettone letterario»; le vere lingue nazionali, nel senso di lingue parlate e usate nella comunicazione quotidiana, furono i dialetti; e naturalmente anche il bresciano.
Per quanto il modello di riferimento del dialetto sia, per ovvie ragioni, la sua varietà cittadina, sappiamo che esso si modula e suona diverso da valle a valle, di contrada in contrada. E spesso porta con sé, nel suo patrimonio lessicale, la storia e le vicende delle plebi contadine e delle genti di montagna, le fatiche della vita e la lotta per l’esistenza quotidiana.
Vivere, esistere… Oggi il vocabolo cui il dialetto ricorre per esprimere l’idea è vìver (ma capita addirittura – orribile a udirsi! – di sentire esìster); si tratta di forme mutuate dall’italiano. La forma più tipicamente bresciana, infatti, è scampà: L’è scampàt enfinamai ai sent agn!
L’origine del vocabolo – che in italiano ha prodotto scampare, con il significato di salvarsi, sopravvivere – è, ancora una volta, la lingua latina: ex-campare, nel senso di fuggire dal campo di battaglia, dove ex indica l’allontanamento; dunque, mettersi in salvo, sottrarsi al pericolo.
Questa divaricazione di significato tra l’esito italiano di ex-campare (scampare, sopravvivere) e quello del dialetto (vivere, esistere) è solo apparente: vivere, o anche il solo esistere, era per i nostri progenitori salvarsi dalla durezza dell’esistenza, sopravvivere alla fatica quotidiana, scampare dalla sorte.




