Abracadabra, la formula magica per eccellenza, deriverebbe dall’aramaico avàra kedàbra, letteralmente «io creo mentre parlo». Ed è vero: quando una lingua «parla», non solo esprime la realtà, ma spesso la immagina e la crea.
Pensavo a questo concetto osservando, in questi giorni canicolari, il volo di una libellula; il suo nome ci viene dal latino libella (livella), a sua volta da libra (bilancia), forse perché le sue ali ricordano, appunto, i bracci di una bilancia. La libellula, più o meno, è sempre la stessa dappertutto; ma se per i romani era una bilancia, i rumeni ci vedono il cavallo delle streghe (caluldracului) e i sudditi di Sua Maestà britannica un drago volante (dragonfly); a Budapest – chissà perché – si fa un tessitore di setacci (szitaköto); per i bulgari è un cavallo d’acqua (vodno konche); per i polacchi di nuovo bilancia (wazka). E potremmo continuare.
E il bresciano? Da noi la libellula è il cavaöcc, il cavaocchi. E che paura mi facevano da bambino quando le vedevo librarsi agilissime su qualche pozzangherone! La faccenda si fa curiosa se notiamo che a vederci un perfido insetto cavaocchi non siamo solo noi, ma che questa interpretazione malevola dell’innocua libellula attraversa l’intera Europa, segnando una linea da Capo Nord alla Pianura padana e oltre. E così in Norvegia (dove le lingue ufficiali sono due) incontriamo øyenstikker e augestikkar, in alcuni dialetti tedeschi si trova Augenstecher. Ebbene, tutti questi vocaboli significano alla lettera «cava-occhi» proprio come da noi. E se rileggo questi vocaboli astrusi, ecco… c’è proprio da cavarsi gli occhi!




