Li troviamo nei siti archeologici, dentro e fuori i musei, sopra e sotto i palchi, nei teatri e nei cinema ma anche negli uffici dove si crea musica e cinema. Sono guide turistiche, addetti alle biglietterie, maschere in teatro, tecnici. Un mare magnum di figure che lavorano in uno dei più vasti e compositi comparti professionali: la cultura. In un momento storico di crisi strutturale senza precedenti per il settore, i lavoratori culturali sono sempre più stretti nella morsa di tagli economici, carenze di organico e precariato ormai sistemico.
Le voci
Anche a Brescia, dove le testimonianze si rincorrono. Tutte anonime, ovviamente. Nessuno vuole rischiare. «Sono stato precario per vent’anni, da circa cinque sono stato assunto a tempo indeterminato». Armando (nome di fantasia) ha quasi 50 anni e fa il macchinista al teatro Grande, è lui a raccontare la giungla delle cooperative nel settore: «Si continua a rincorrere gli appaltatori e sugli stipendi è una gara al ribasso. Paradossalmente se sei uno stagionale hai più tutele».
Francesca, maschera in teatro, racconta che «come i facchini dobbiamo rivolgerci ogni anno ad una nuova cooperativa e difficilmente le condizioni sono migliori di quelle precedenti».
Ma il microcosmo della cultura ha le più vaste sfaccettature. Arianna, ad esempio, ha 40 anni e fa la guida turistica: fa la spola tra le province di Brescia e di Bergamo come libera professionista per siti culturali ed archeologici. «Per me ferie o permessi non esistono. Rappresento forse il livello ultimo dei lavoratori culturali sul fronte delle tutele».

I numeri
Secondo uno studio di Fondazione Symbola e Unioncamere in provincia di Brescia ci sono circa 28mila addetti e il comparto cultura genera un valore di quasi 2 miliardi di euro. Nel dato dei lavoratori però finisce di tutto: chi lavora nella funzione pubblica e chi ha la partita Iva, chi ha contratti multiservizi e chi quelli di Federculture. Secondo Cgil, al Vittoriale degli Italiani tutti i 42 dipendenti sono assunti con Ccnl Federculture, mentre in Fondazione Brescia Musei sono 28 i dipendenti con il contratto nazionale, ma altri 120 lavoratori lavorano in appalto col contratto multiservizi. Alla Soprintendenza di Brescia sono invece in servizio, con contratti della funzione pubblica, 40 persone. Altre nove lavorano all’Archivio di Stato in città. Ma – denunciano i sindacati – qui l’organico si è ridotto di un terzo.
A fronte di circa 120 dipendenti assunti in alcuni dei principali poli culturali tra città e provincia, altrettanti lavorano invece in appalto. Tutti, però, sono concordi nel ritenere insufficienti le risorse messe sul piatto dal governo, «in un Paese che ha il patrimonio culturale più grande al mondo». E la mobilitazione nazionale di ieri, alla quale ha risposto anche Brescia, testimonia questo profondo disagio collettivo.
Il dibattito
L’obiezione che arriva da Roma è che proprio il 30 aprile scorso è stato rinnovato in via definitiva il Ccnl Federculture (che prevede un aumento salariale del 7,5% sui minimi tabellari, il potenziamento del welfare e la riduzione dei livelli professionali da 18 a 10). Ma i lavoratori della Cultura ribattono amaramente: «Prima del contratto c’è un problema strutturale. Tra poco non ci sarà più nessuno che potrà usufruirne».
Negli ultimi mesi il dibattito è arrivato anche ai David di Donatello, sui palchi dei concerti e in occasione di vari eventi. Ha fatto capolino persino nelle stanze dei bottoni davanti al ministro Giuli e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alla base resta un paradosso: considerare la cultura come un costo o un mero intrattenimento per turisti, ignorando il suo impatto sociale ed economico.




