I grandi eventi e l’impatto turistico sul territorio. È stato questo il tema del convegno che si è svolto oggi all’auditorium Santa Giulia, ad organizzare l’assessorato al Turismo di Regione Lombardia guidato dalla bresciana Debora Massari. L’evento ha riunito istituzioni, esperti del settore e rappresentanti del mondo sportivo per fare il punto su uno dei temi al centro delle politiche turistiche contemporanee: come trasformare la visibilità generata da una grande manifestazione in una crescita duratura per le comunità locali, distribuendo i benefici nel tempo e nello spazio.
I dati presentati confermano la necessità di questa strategia: attualmente, le province di Milano (40,28%) e Brescia (22,06%) attraggono da sole oltre il 60% delle presenze regionali. A margine del convegno, abbiamo intervistato il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, per approfondire il legame tra eventi, cultura e sviluppo economico.
Proprio oggi si è tenuto uno sciopero dei lavoratori della cultura che chiedono, tra le varie cose, un minore ricorso agli appalti. Qual è la sua posizione in merito?
Per rispetto sia del mio ruolo attuale nel turismo, sia di chi porta avanti oggi la gestione della cultura – un mondo da cui provengo – tendo a non addentrarmi in queste specifiche dinamiche sindacali. Preferisco parlare di turismo culturale. Posso però dire che la cultura, esattamente come il turismo, va intesa come una vera e propria industria culturale. Dobbiamo cambiare mentalità per dare sempre maggiore affidabilità a questo mondo, perché ha bisogno di attrarre risorse private.

Lo Stato può investire di più in cultura?
Le risorse pubbliche sono alte e devono rimanere tali. L’Italia spende cifre molto importanti per la cultura, in particolare in settori specifici come le 14 fondazioni lirico-sinfoniche, che da sole impegnano oltre 250 milioni di euro dallo Stato centrale e quasi 200 milioni dalle Regioni. Parliamo di quasi mezzo miliardo di euro. È giusto che sia così, perché l’opera presidia una forma d’arte che rende l’Italia famosa nel mondo. Tuttavia, il finanziamento pubblico deve funzionare come un «innesco» per i capitali privati. L’industria culturale non può sostenersi prevalentemente sul pubblico; deve aprirsi e attrarre investimenti che vadano anche oltre lo strumento dell’Art Bonus».
Serve convincere le imprese a investire di più nella cultura?
Serve un atteggiamento di forte serietà e responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, un vero cambio di passo nel mondo del lavoro. Purtroppo, a volte, alcune rigidità non rendono il settore culturale appetibile per i privati. Questo invece accade regolarmente in altri mondi, come lo sport: pensiamo a discipline come il basket o la pallavolo, che nelle realtà locali vivono grazie agli investimenti delle imprese. Vorrei che le risorse private sostenessero la cultura dei territori allo stesso modo. Perché questo avvenga, però, il settore culturale deve dimostrarsi assolutamente affidabile agli occhi degli imprenditori.
Nel suo intervento al convegno ha sottolineato con forza il ruolo della musica dal vivo e delle grandi manifestazioni. Qual è il reale impatto economico di questo settore per l'Italia?
La musica dal vivo è uno dei motori più potenti per il turismo dei territori: genera una ricaduta economica nazionale di 4,5 miliardi di euro e ogni euro speso in un biglietto ne produce circa quattro sul territorio. È un settore sempre più internazionalizzato, che l’Italia deve saper valorizzare in modo strategico — insieme agli eventi sportivi, ai congressi e a tutte le grandi manifestazioni — per distribuire meglio i flussi durante tutto l’anno e far emergere anche le destinazioni oggi meno conosciute. L’obiettivo è costruire una collaborazione reale tra istituzioni e imprese: solo così i grandi eventi diventano davvero un’opportunità per tutti i territori.
Questo approccio basato sui grandi eventi sembra essere diventato un pilastro della vostra azione di governo. In che modo si collega al turismo più tradizionale?
Al Ministero puntiamo molto sui grandi eventi. Parliamo di un segmento turistico cruciale, che ha il merito di avvicinare le persone alla cultura: in fondo, il turismo dei grandi eventi è una ramificazione dello stesso turismo culturale. Uno dei nostri obiettivi strategici è attirare flussi diversificati sul territorio nazionale per poi indirizzarli verso i nostri monumenti, i luoghi d’arte e i musei, spingendoli a scoprire anche la nostra enogastronomia.
Quando si parla di grandi eventi, la sfida principale resta la legacy, ovvero l’eredità che lasciano una volta spenti i riflettori. Come si costruisce un impatto duraturo?
La legacy va ben oltre il momento dell’evento stesso. Normalmente, chi partecipa a queste manifestazioni e vive un’esperienza felice tende a ritornare. Per questo motivo gli eventi vanno organizzati con estrema cura: la qualità dell’esperienza è l’aspetto fondamentale. Inoltre, un visitatore soddisfatto oggi si trasforma in un promotore, invitando amici e follower attraverso i canali digitali a frequentare quegli stessi luoghi. È un meccanismo strategico eccezionale.
Ha mai partecipato a un grande evento nel Bresciano?
Ricordo bene The Floating Piers di Christo sul lago d’Iseo. All’epoca non facevo politica, lavoravo come professionista nel mondo della televisione. Quando vidi quel progetto pensai subito che fosse una cosa di un’intelligenza straordinaria. Aveva caratteristiche eccezionali: il nome di un artista famoso in tutto il pianeta e un’installazione dal messaggio fortissimo, quasi mistico, che permetteva letteralmente di camminare sulle acque. Quando mi venne presentata la proposta, capii subito che era irresistibile. Infatti, ebbe un successo clamoroso: andai di persona e ricordo ancora le telefonate di amici e tantissimi artisti entusiasti per quella grandissima idea. Quando si fanno cose innovative c’è sempre qualcuno che critica all’inizio, salvo poi accodarsi una volta che l’iniziativa trionfa.




