Alla fine ha vinto Mari. Certo non una sorpresa, visto che da settimane era dato per strafavorito, ma certo la conferma che le polemiche – qualsiasi la loro natura – restano fuori dalle votazioni del Premio Strega. E dunque l’edizione dell’80esimo se l’è aggiudicata con 190 voti «I convitati di pietra», un romanzo che esplora le dinamiche dell’amicizia e la relativizzazione del concerto di morte attraverso una trama accattivante. Abbiamo deciso di partire proprio da questo libro per i consigli di lettura di luglio della redazione del GdB. E, a seguire, inevitabilmente abbiamo recensito per voi tutti i romanzi arrivati in finale al premio letterario più rinomato d’Italia. Dalla Polis felice di Matteo Nucci alle psicosi di Alcide Pierantozzi, dall’inchiesta introspettiva di Teresa Ciabatti all’eredità sentimentale di Camus di Elena Rui, passando per la pura narrazione romanzata di Bianca Pitzorno.
«I convitati di pietra»
Di Michele Mari
(Einaudi, 168 pagine, 17,50 euro)

Un po’ giallo (si legge d’un fiato, per capire chi alla fine la spunterà), un po’ ritratto di una generazione (quella cresciuta tra l’impegno del ’68 e il rampantismo degli anni ’80), un po’ trattato sociologico (sulle dinamiche di una classe di liceo, sorta di animale che si muove con un unico corpo e molte teste), tanto divertissement. Così si presenta «I convitati di pietra» di Michele Mari (Einaudi, 168 pp., 17.50 euro) superfavorito al Premio Strega di quest’anno prima che un presunto commento sessista su Michela Murgia non ne rimettesse in discussione la vittoria annunciata (senza intaccarla). Che forse il romanzo in sé non meriterebbe, restando più dalle parti dell’esperimento giocoso che del capolavoro.
La storia è semplice: i trenta maturati della III A del liceo Berchet del 1974, ritrovandosi ad un anno dall’esame, mettono in piedi una riffa tanto accattivante quanto crudele. Verseranno ognuno una quota annuale da investire per costruire un capitale da dividere, quando sarà, tra i tre sopravvissuti. Nel frattempo, il 22 luglio di ogni anno si incontreranno per fare cinicamente il conto di chi c’è e chi non c’è più, in un crescendo grottesco di colpi di scena, morti misteriose, ossessioni private e beffe del destino. Le pagine scorrono veloci, assecondate dalla propensione dell’autore per le atmosfere gotiche e il politicamente scorretto, accompagnando il lettore fino al 2053. E ad un finale agrodolce che trasforma il giallo in un trattato sul senso della vita, lo scorrere del tempo, le scelte fatte o eluse, la materia di cui è fatta l’amicizia.
Giovanna Capretti, vicecaposervizio Cultura
«Platone, Una storia d’amore»
di Matteo Nucci
(Feltrinelli, 400 pagine, 22 euro)

Ci sono libri che si leggono d’un fiato ed inebriano, altri che si cominciano settanta volte sette e s’interrompono, altri ancora che ti carichi sulle spalle pure se non sei inspirato, sapendo che comunque alla fine ne caverai qualcosa di buono. Nella «Gallia est omnis divisa in partes tres» dei libri, «Platone, Una storia d’amore» di Matteo Nucci è la terza.
Sul libro in sé diciamo poco più di nulla, che di recensioni è pieno il mondo e poi la lettura è una chimica: le parole restano materia inerte finché entrano in relazione con la mente di chi legge, dando vita a miriadi di reazioni, ciascuno la sua, originale ed unica. Vi basterà sapere che si tratta di un romanzo e insieme un saggio e un gioco di enigmistica, in cui i colti possono trovare parole del grande filosofo, liofilizzate e dispensate con precisione certosina, capaci di instillare la sua dottrina in dose omeopatica. La parte storica è quella che abbiamo più apprezzato, divorando le pagine in cui il mondo antico viene svelato città per città, personaggio per personaggio, con il passo preciso ed evocativo della saga.
Qualcuno trova la prosa di Nucci poco fluida, non è il nostro caso. Punto asciutta, quello sì, con qualche espressione un po’ troppo «à la carte», come se l’autore si compiacesse della frase in sé, non volendo rinunciarvi anche a scapito dell’essenzialità artistica. Tutto sommato – riconosciamolo - peccati veniali, che aggiungono un grado di difficoltà e tolgono nulla.
Ad affascinarci, lo ammettiamo, è stato l’autore, abbonato al podio dello Strega senza mai sedersi in cima, e l’idea che il romanzo sia stato generato a Villa Mirafiori, la sede della facoltà di Filosofia della Sapienza di Roma, trent’anni prima. Cinque invece gliene sono voluti, a sentir lui, per risalire alle fonti storiche e completare la scrittura, in quello che lui stesso ha definito «uno studio matto». E se proprio dovessimo indicare un talento che gli attribuiamo senza timore di smentita, diremmo la capacità di osservatore di quello spicchio di mondo ch’è il Mediterraneo, il cui respiro Nucci sa far soffiare lungo i duemila e quattrocento anni che ci separano e insieme uniscono alla Grecia di Platone, quando ancora si chiamava Aristocle e credeva che il cielo gli potesse cadere sopra la testa (per la verità questo lo temevano i celti, ma è tutta un’altra storia).
Giorgio Bardaglio, direttore
«Lo sbilico»
Alcide Pierantozzi
(Einaudi, 240 pagine, 19,50 euro)

Non sarebbe un libro da ombrellone, se quel tipo di lettura ancora esistesse, annichilita invece come è oggi dalla musica sparata a piene casse sulle spiagge. Così sostiene Alcide Pierantozzi, che a quello che considera un abominio estivo ha dedicato un intenso aneddoto nel suo romanzo «Lo sbilico», quarto classificato con 78 voti al Premio Strega e in corsa pure per il Campiello, che sarà assegnato il 3 ottobre. Non è un fastidio ingiustificato, quello che aizza lo scrittore contro gestori di lidi e dintorni, ma la reazione fisologica di un malato psichiatrico alla sollecitazione uditiva. Perchè lo «sbilico» Pierantozzi è un paziente psichiatrico che nel suo romanzo autobiografico si spoglia dallo stigma mettendo a nudo se stesso, i suoi familiari, i suoi dottori, ma soprattutto la malattia stessa. Lo fa elencando io farmaci in modo quasi ossessivo e i loro effetti collaterali, finanche ammettendo la sua impotenza; lo fa recuperando aneddoti d’infanzia che includono mattanze di animali in campagna; e lo fa dedicando a sua madre i capitoli più poetici e strazianti, di fatto mettendola al centro della sua narrazione. Pierantozzi ci consegna un libro a tratti indigeribile, spesso respingente, attraversato da un linguaggio misurato al calibro e per cui le parole hanno la stessa potenza salvifica delle pillole. È il libro di uno scrittore neurodivergente che ci trascina dentro le sua allucinazioni, che non sono quelle ingegnate artificiosamente da un bravo letterate ma quelle che inevitabilmente la sua penna cattura.
Ilaria Rossi, redattrice Cultura
«Donnaregina»
Di Teresa Ciabatti
(Mondadori, 228 pagine, 19 euro)

Anche senza arrivare al vero dispiegamento di trama, una cosa va detta: «Donnaregina» è un romanzo che intriga. Qualità che dovrebbe essere scontata quando si parla di letteratura, ma di questi tempi di carenza di attenzione e concentrazione – quando non di buoni libri – non è cosa da poco.
Di nuovo – la prima volta fu nel 2017 con «La più amata», quando era favorita e perse contro Paolo Cognetti – la scrittrice toscana (di Orbetello, che torna anche tra le pagine di questo libro) è arrivata nella sestina dello Strega, stavolta con un lavoro che mischia essenzialmente tre temi: la mafia, il giornalismo e la famiglia. Teresa Ciabatti, intrecciando le vicende attorno alla sua protagonista che parla in prima persona, ne crea tre ritratti sinceri, umani e spaesanti, perché sempre in bilico tra il reale e l’immaginato, tra il vero, il beffardo e il romanzato. L’incarico di intervistare un boss della camorra (questa è, in pochissime parole, la sinossi, senza anticipazioni che guasterebbero la lettura) diventa il punto di partenza di un confronto inatteso: più che un’inchiesta sul potere criminale, il romanzo si trasforma in un’indagine sulle relazioni familiari, sulle ferite lasciate dai genitori e sulla difficoltà di comprendere i propri figli. Anche grazie al fatto che la protagonista, la scrittrice, non è una giornalista di giudiziaria, ma «tirata fuori dalla schiera di giornalisti che si occupa di argomenti innocui quali cultura, società». È proprio in questo slittamento che «Donnaregina» trova la sua forza: la cronaca resta sullo sfondo, pur mostrando le dinamiche di un mestiere che – per quanto ormai visto con diffidenza – mantiene un fascino di fondo. E nel frattempo emergono le zone grigie dei sentimenti, senza mai offrire giudizi facili o rassicuranti. Con umanità e poca scontatezza.
Sara Polotti, redattrice Web
«Vedove di Camus»
Di Elena Rui
(L’orma editore, 180 pp., 18 euro)

Di Albert Camus sappiamo quasi tutto. Sappiamo del Nobel, dell’assurdo, della Resistenza. Sappiamo persino per filo e per segno come morì: in una Facel Vega schiantata contro un platano il 4 gennaio 1960. Elena Rui, invece, parte da una domanda che la biografia ha sempre lasciato sullo sfondo: cosa succede dopo? Non allo scrittore, ma a chi resta. È questa l’idea da cui nasce Vedove di Camus. Un romanzo che rinuncia a rincorrere il mito per concentrarsi sulle persone che quel mito hanno amato, ciascuna a modo proprio. Francine Faure, la moglie. Maria Casarès, il grande amore. Catherine Sellers. Mette Ivers, l’ultima compagna. Quattro donne, quattro punti di vista, quattro modi diversi di fare i conti con la stessa assenza.
La scelta funziona perché Elena Rui evita la trappola più ovvia: trasformare le protagoniste in semplici comparse della vita di Camus. Al contrario, è lui a diventare una presenza riflessa. Lo si conosce attraverso gli occhi di chi lo ha aspettato, desiderato, perdonato o rimpianto. Ne emerge un uomo inevitabilmente diverso ogni volta. Ed è difficile immaginare che possa essere altrimenti: ciascuno di noi esiste in tante versioni quante sono le persone che lo hanno amato. L’autrice lavora su lettere, biografie, testimonianze, ma il romanzo non ha mai il passo della ricostruzione storica. Dove finiscono i documenti, cominciano le emozioni, le esitazioni, i dialoghi possibili: è un equilibrio delicato, che Rui governa senza forzature e senza cedere alla tentazione del pettegolezzo letterario, sempre in agguato quando si racconta la vita privata di uno scrittore così celebre.
Anche la scrittura segue la stessa misura. Non cerca effetti speciali, non alza mai la voce. Preferisce accumulare dettagli, lasciare che i personaggi si rivelino poco alla volta, affidare ai silenzi una parte del racconto. È una scelta che richiede fiducia nel lettore e che, proprio per questo, restituisce autenticità alle protagoniste.
Più che raccontare Albert Camus, il romanzo racconta il prezzo invisibile della sua grandezza. Quello pagato da chi è rimasto ai margini della fotografia ufficiale, relegato nelle biografie a poche righe, quando non a una nota. Rui restituisce voce a quelle esistenze senza cercare assoluzioni né condanne. Le restituisce, semplicemente, alla loro complessità.
Le grandi biografie insegnano che un uomo può avere molte vite. «Vedove di Camus» ricorda invece due cose. La prima è che un uomo può avere anche molte assenze ( ed è forse in quelle, più che nei suoi libri, che Camus continua a interrogare chi gli è sopravvissuto). La seconda è che, a volte, per capire davvero un protagonista bisogna avere il coraggio di seguire i personaggi secondari.
Nuri Fatolahzadeh, redattrice Cronaca
«La sonnambula»
Di Bianca Pitzorno
(Bompiani, 2026, pp. 416, 20 euro)

Come per quei luoghi di cui si sente la nostalgia, anche se non ci si è mai stati, il ritorno a Donora per mano di Bianca Pitzorno rappresenta un placido riappropriarsi dei luoghi della sartina de «Il sogno della macchina da cucire». Come il precedente romanzo anche «La sonnambula» (Bompiani, pp. 416, 20 euro) attinge a cronache e storie familiari come fonte di ispirazione per l’opera letteraria. In questo caso un ritaglio di fine Ottocento del giornale sassarese «L’Isola», conservato dalla nonna della scrittrice e che ha acceso la sua scintilla creativa sulle vicende di Ofelia Rossi, rinomata sonnambula capace di praticare il magnetismo e di offrire consulti di persone e per iscritto.
Pitzorno immagina per lei una vita precedente l’arrivo in Sardegna e una futura, in cui sarà costretta a lasciare l’isola per mano dello stesso bruto che l’aveva costretta a fuggire e a costruirsi una nuova identità proprio a Donora. Un cerchio perfetto, al cui interno si intersecano le vicende di nobili e popolani, borghesi arricchiti e aristocratici in disgrazia. Un mondo che si popola grazie alla curiosità mai doma della scrittrice, che a 84 anni mantiene la giocosità dei primi scritti e quella voglia di punire le ingiustizie del mondo che già Prisca trentacinque anni fa mostrava nelle pagine di «Ascolta il mio cuore».
E se Pitzorno non è cambiata, i tempi un po’ si. Un certo uso della lingua, taluni canoni non troppo freschi e qualche scelta stilistica – come quella dell’autrice di palesarsi alla sonnambula in trance e far palese la sua presenza ai lettori – non soddisfano completamente. I colpi di scena sono prevedibili e le sollecitazioni emotive restano spesso a livello superficiale. Ciò non toglie al lavoro complessivo di una scrittrice che nonostante gli 84 anni e il massiccio corpus di opere (oltre settanta) ha ancora voglia di stupirsi, immaginare e soprattutto scrivere belle storie. Mi sia concessa una personale valutazione: nessun romanzo per gli adulti è stato ancora in grado di eguagliare la produzione per ragazzi.
Ilaria Rossi, redattrice Cultura





