«Con Venezia ho una storia d’amore che dura da trent’anni. Mi sono anche sposato qui, e il mio matrimonio è ovviamente il momento più emozionante vissuto in questa città. Se non lo dicessi, avrei dei problemi a casa…».
Inizia tra le risate la conferenza stampa di George Clooney, che ha preceduto ieri l’assegnazione all’attore, regista e produttore americano del primo Leone d’Oro alla Carriera di Venezia 83. Un asso che la Mostra si è giocata subito, per ribadire che – anche se un po’ ridimensionata – la presenza di Hollywood resiste. Per questo, non ci poteva essere testimonial migliore di Clooney, tra i divi più complessi e poliedrici del cinema mondiale, troppo spesso «degradato a mero sex simbol» o descritto ricorrendo a «preesistenti modelli del cinema americano» (Cary Grant, Robert Mitchum), come è stato sottolineato dal saggista Roberto Pugliese.
Il premio
«Perfetta combinazione di glamour da star d’altri tempi, grande professionalità e sensibilità moderna, l’attore ha attraversato i generi con rara versatilità». Così ha invece scritto di Clooney il direttore Alberto Barbera, che con lui ha stabilito un legame solido. In effetti l’attore, dopo la gavetta tv («E.R.») e qualche b-movie, ha incarnato con potente leggiadrìa l’eroe (o l’antieroe) in commedie sofisticate («Ocean’s Eleven») e film di guerra («Three Kings», «La sottile linea rossa»), satire postmoderne («Fratello, dove sei?», «Prima ti sposo, poi ti rovino») e thriller («Michael Clayton»), frequentando con profitto la fantascienza («Gravity», «Solaris») e il dramedy d’autore («Paradiso amaro», «Jay Kelly»).
Mentre in veste di regista, impegnato in progetti personalmente sentiti e “di parte”, ha scodellato almeno un capolavoro («Good Night and Good Luck», sul maccartismo) e altre prove di valore, dall’esordio con «Confessioni di una mente pericolosa», passando poi per «Le Idi di Marzo», «Monuments Men», «The Midnight Sky». Se le scelte da produttore sono pure all’insegna del cinema di qualità, non va dimenticato l’impegno umanitario e in diverse organizzazioni no profit, condiviso con la moglie Amal, che lo ho sovente portato a scontrarsi con il presidente americano Donald Trump, oggetto anche ieri di particolari attenzioni, nelle risposte a domande sulla situazione degli Stati Uniti.
La politica
«C’è una parola fantastica, ‘cachistocrazia’ (dal greco kákistos, pessimo, e krátos, potere, ndr), che indica un Paese governato dalle persone meno qualificate. Penso – ha argomentato Clooney – che negli Stati Uniti sia così. Ma ne usciremo: sono sempre molto ottimista riguardo alle cose, e credo davvero che ci troviamo solo in un momento storico sfortunato. Sono abbastanza vecchio da aver vissuto il 1968, quando ogni città americana era in fiamme, e nello stesso anno perdemmo Martin Luther King e Bob Kennedy; ci fu un’enorme quantità di violenza, il Campidoglio era circondato dai carri armati. Abbiamo attraversato altri momenti difficili, questo è uno di quelli».
Il bel George ha invece scelto l’ironia riguardo al cambiamento climatico, regalando alla platea di giornalisti un ragionamento per assurdo: «Ammettiamo, per ipotesi, che abbiano ragione coloro che lo negano. Beh, non ci sarebbe comunque nulla da perdere nel ripulire l'ambiente: si creerebbero milioni di nuovi posti di lavoro nel settore verde e si migliorerebbe la qualità dell’aria». Quindi il premio, con la “laudatio” tenuta da Laura Dern, sua amica e partner in «Jay Kelly».


