In queste settimane il ritorno dell’«Odissea» al centro dell’immaginario cinematografico ha riaperto una domanda antica: perché continuiamo a raccontare storie che conosciamo già? Ulisse ha attraversato secoli di riscritture, traduzioni e adattamenti, cambiando volto senza perdere la propria identità. Qualcosa di simile accade oggi con Spider-Man, appena tornato in sala con la sua nuova avventura intitolata «Brand New Day», ma anche Batman, Superman e gli altri grandi personaggi dei fumetti, riproposti al cinema da attori, registi e generazioni differenti. Il paragone può sembrare azzardato, ma è emblematico del ruolo assunto dalla cultura popolare contemporanea. Il mondo moderno si muove con una velocità molto diversa da quello in cui nacquero i miti classici. Le storie circolano immediatamente, le immagini vengono consumate e sostituite nel giro di pochi anni, se non addirittura mesi o giorni, mentre ogni nuova generazione chiede figure nelle quali riconoscersi. I supereroi hanno occupato questo spazio, diventando una sorta di pantheon popolare globale. Non sono divinità in senso religioso, naturalmente, ma personaggi capaci di rappresentare paure, aspirazioni e conflitti collettivi attraverso simboli riconoscibili.
È per questo che ogni nuova interpretazione non cancella necessariamente la precedente. Le si affianca, la contraddice o la completa. Come Ulisse può essere esploratore, reduce, bugiardo, marito lontano o uomo incapace di tornare davvero a casa, così Spider-Man può essere adolescente, adulto, eroe di quartiere, studente entusiasta o giovane schiacciato dal peso delle proprie responsabilità. Tutte queste cose insieme, o solo alcune, a seconda della sensibilità e del taglio dato dai propri autori.
Spider-Man
Il cuore narrativo di Spider-Man, per parlare del personaggio più fresco in circolazione, è rimasto sostanzialmente invariato dalla sua creazione: una persona comune riceve un potere straordinario e scopre che quel dono comporta un costo. Tobey Maguire, nella trilogia di film di Sam Raimi uscita negli anni 2000, incarnava soprattutto il sacrificio e la malinconia. Il suo Peter Parker era impacciato, povero, costantemente diviso tra i doveri dell’eroe e il desiderio di una vita normale.
Andrew Garfield, nei due film degli anni ’10, ha interpretato invece un ragazzo più ribelle, brillante e romantico, segnato dalla perdita e dal rapporto con Gwen Stacy. Tom Holland, invece, è arrivato dentro un universo già popolato dagli Avengers e nel pieno vigore del Marvel Cinematic Universe: più giovane, tecnologico e inizialmente protetto da figure adulte, ha dovuto attraversare una lunga formazione prima di raggiungere la solitudine e la maturità tipiche del personaggio. Non si tratta soltanto di stabilire quale sia la versione migliore. Ognuna mette in evidenza una caratteristica diversa dello stesso mito. Spider-Man rimane riconoscibile perché sotto la maschera c’è sempre qualcuno che vorrebbe fare la cosa giusta, ma scopre che ogni scelta produce conseguenze nella vita privata. Cambia l’epoca, cambia il tono, cambia il costume; resta il conflitto tra potere e responsabilità.
Batman e Superman
Batman, d’altro canto, permette variazioni ancora più radicali. Nell’iconica ma datata versione di Adam West era un eroe colorato, ironico e quasi privo di tormenti. Michael Keaton, diretto da Tim Burton, lo ha trasformato in una creatura gotica, misteriosa quanto i criminali che combatteva. Christian Bale è diventato il protagonista di un racconto realistico sul caos, il terrorismo e il valore politico dei simboli (temi, guardacaso, che tornano anche nell’Odissea dello stesso regista Christopher Nolan).
Ben Affleck ha interpretato un vigilante più anziano, brutale e disilluso, mentre Robert Pattinson, che tornerà a interpretarlo nel prossimo «The Batman – Parte II» di Matt Reeves, ha riportato al centro il detective ossessivo, ancora incapace di distinguere la propria missione dalla vendetta. Anche in questo caso esiste un nucleo che resiste alle trasformazioni: un trauma infantile convertito in una missione. Batman può essere camp, noir, gotico o quasi militare perché la sua figura contiene già molte possibilità. È detective, miliardario, vigilante, simbolo urbano e uomo incapace di liberarsi dal passato. Ogni epoca sceglie quale di questi elementi considera più urgente.
Restando sui grandi nomi, Superman pone una questione diversa: che cosa dovrebbe fare chi possiede un potere quasi illimitato? Christopher Reeve rappresentava la certezza che quel potere potesse essere esercitato con bontà. Il suo Superman era luminoso, rassicurante e capace di distinguere nettamente l’eroe dal timido Clark Kent. Henry Cavill ha incarnato invece il dubbio contemporaneo nei confronti delle figure onnipotenti: il suo personaggio veniva osservato come un possibile dio, ma anche come una minaccia politica e militare. L’interpretazione più recente, quella di David Corenswet nel neonato DC Universe di James Gunn, ha cercato di recuperare la gentilezza non come ingenuità, ma come scelta consapevole in un mondo che tende a considerarla una debolezza.
Hulk e Punisher
Arriviamo a Hulk, personaggio che mostra con particolare chiarezza come lo stesso personaggio possa cambiare genere cinematografico. Ang Lee, nel film con protagonista Eric Bana, lo ha raccontato come una tragedia familiare, trasformando il mostro verde nell’espressione di un trauma represso. Edward Norton lo ha interpretato come un fuggitivo, braccato dai militari e ossessionato dalla ricerca di una cura. Mark Ruffalo ha portato il personaggio verso l’accettazione: Bruce Banner non tenta più soltanto di eliminare Hulk, ma deve imparare a convivere con la parte di sé che teme maggiormente. Il cuore della storia rimane la scissione tra ragione e rabbia, ma ogni versione offre una risposta diversa: reprimere il mostro, curarlo oppure integrarlo.
E lo stesso vale per Punisher, figura più controversa perché costruita attorno alla violenza. Dolph Lundgren ne ha fatto un giustiziere tipico del cinema d’azione degli anni Ottanta. Thomas Jane lo ha avvicinato al revenge movie, concentrandosi sulla preparazione della vendetta. Il compianto Ray Stevenson ha incarnato una versione estrema, brutale e quasi fumettistica del personaggio, mentre Jon Bernthal, che ritroviamo guarda caso anche in «Spider-Man: Brand New Day», ha restituito soprattutto il dolore del reduce e l’instabilità di un uomo che ha trasformato la perdita della famiglia in una guerra interminabile. Il nucleo resta sempre lo stesso: che cosa accade quando il trauma non viene elaborato, ma diventa un’identità?
I Fantastici Quattro

Per finire, un altro gruppo di personaggi più volte rappresentato al cinema: i Fantastici Quattro dimostrano quanto sia importante capire il centro affettivo di una storia. Non sono semplicemente quattro persone dotate di poteri: sono una famiglia. I film dei primi anni Duemila insistevano sulla commedia, sui litigi e sull’affetto che teneva insieme il gruppo. Il reboot del 2015, catastrofico per risultati, ha trattato i poteri quasi come deformazioni fisiche, privilegiando il trauma scientifico. La versione più recente con Pedro Pascal ha recuperato la fantascienza, l’esplorazione e il senso di meraviglia. In tutti i casi la riuscita dipende dalla capacità di rendere credibile il legame tra Reed, Sue, Johnny e Ben: senza quella dimensione familiare restano soltanto quattro effetti speciali nello stesso fotogramma.
Le ragioni
Queste continue ripartenze hanno tutte in comune ragioni narrative, certo, ma anche economiche. Spider-Man, Batman e Superman sono marchi globali capaci di generare incassi, merchandising e abbonamenti. Gli studios devono sfruttare proprietà intellettuali costosissime, mantenere i diritti, rilanciare franchise quando un ciclo si esaurisce e adattarli ai cambiamenti del mercato. Non tutte le reinterpretazioni nascono quindi da una necessità artistica (come lo Spider-Man di Andrew Garfield, ad esempio). A volte un personaggio torna semplicemente perché possiede ancora un enorme valore commerciale. Ma la spiegazione economica, da sola, non basta. Se il pubblico accettasse qualunque nuova versione, ogni reboot avrebbe successo. La storia del cinema dimostra il contrario: alcuni adattamenti vengono accolti, altri respinti, altri ancora rivalutati molti anni dopo. Per funzionare, una nuova incarnazione deve comprendere il nucleo del personaggio e trovare un motivo contemporaneo per raccontarlo ancora.
È lo stesso principio che mantiene vivi i classici. Non torniamo all’«Odissea» perché abbiamo dimenticato come finisce, ma perché ogni epoca vede qualcosa di diverso nel viaggio di Ulisse. Allo stesso modo, non guardiamo un nuovo Batman per scoprire che Bruce Wayne ha perso i genitori o un altro Spider-Man per apprendere nuovamente la lezione sulla responsabilità. Li guardiamo per capire quale significato assumano oggi il trauma, il potere, la giustizia, la rabbia, la famiglia e il sacrificio nel mondo si oggi. I miti non sopravvivono restando immobili, ma perché possono essere deformati senza spezzarsi. Ogni attore, regista e periodo storico aggiunge un dettaglio, sposta un accento, illumina una contraddizione. Il rischio è la ripetizione industriale; la possibilità è la reinterpretazione.
È in questa tensione che vivono oggi i supereroi Marvel e DC Comics. Sono prodotti chiaramente commerciali, ma anche figure narrative abbastanza elastiche da attraversare le generazioni. Possiamo stancarci dei film costruiti intorno a loro, delle formule e degli universi condivisi. È più difficile, invece, stancarsi delle domande che continuano a rappresentare.



