«Scary Movie» non è mai stato un franchise educato. Non lo era nel 2000, quando trasformava Ghostface in una macchina da gag volgari e irresistibili, e non sembra avere intenzione di diventarlo adesso. Il suo ritorno al cinema, però, arriva in un mondo molto diverso: quello in cui ogni battuta viene ritagliata, discussa, processata e archiviata nel giro di pochi minuti. Per questo il nuovo capitolo non deve solo prendere in giro l’horror contemporaneo, ma deve dimostrare che una certa comicità sporca, fisica e scorretta può ancora esistere, purché faccia davvero ridere.
Il politically correct
Una delle leggende popolari di questi anni è che per colpa del cosiddetto «politicamente corretto» non si possa più dire nulla. Basta guardarsi intorno o fare un giro per i social per accorgersi che si dice ancora moltissimo, spesso anche peggio di prima, solo in forme diverse e con una velocità di diffusione molto più alta. Il punto, casomai, è un altro: il clima culturale è più teso, più reattivo, più abituato a trasformare qualunque frase, scena o battuta in un caso. In questo contesto, «Scary Movie» prova a recuperare uno spazio che il cinema comico ha progressivamente lasciato scoperto: quello della risata irresponsabile e della battuta sbagliata.
La trama
Il nuovo film, sesto capitolo della saga, riporta in scena alcuni dei volti più riconoscibili del franchise, da Anna Faris a Regina Hall, insieme ai fratelli Wayans, centrali soprattutto nell’identità dei primi due episodi. La premessa è quella di sempre: prendere i film horror più famosi del momento, smontarli e trasformarli in parodia. Questa volta il bersaglio non è più soltanto lo slasher alla «Scream», anche se il riferimento a Ghostface resta fondamentale. Nel mirino entrano i titoli che negli ultimi anni hanno ridefinito il genere, da «Scream VI» a «M3GAN», da «Smile» a «Get Out», da «Longlegs» a «Terrifier», fino a «The Substance», «Sinners» e «Weapons».
Film molto diversi tra loro, ma accomunati da una cosa: essere diventati rapidamente riconoscibili anche per chi non li ha visti, grazie a immagini, scene e personaggi entrati nel discorso popolare. L’horror contemporaneo però non è più soltanto un genere di consumo. Negli ultimi anni è diventato uno dei territori più vivi del cinema: fa incassi, genera discussioni, produce autori riconosciuti, vince agli Oscar, parla di traumi, identità, corpo, famiglia, razzismo, dipendenze e società. Spesso chiede di essere preso sul serio, e in molti casi con ottime ragioni. «Scary Movie», però, arriva da un’altra tradizione: quella della parodia che non analizza, non interpreta e non nobilita, ma abbassa. Prende un’immagine spaventosa e la sporca, la rende ridicola, la porta nel campo della battuta fisica o infantile.
La saga e il suo successo
Per capire il peso della saga bisogna tornare all’estate del 2000. Il primo «Scary Movie», diretto da Keenen Ivory Wayans, nasceva come risposta diretta al successo di «Scream» e di «So cosa hai fatto», due film che avevano riportato in auge lo slasher adolescenziale. La sua forza stava nella rapidità con cui trasformava in sketch tutto ciò che il pubblico conosceva già: la telefonata minacciosa, il killer mascherato, la ragazza inseguita, il gruppo di amici, il trauma da nascondere. Dentro finivano anche riferimenti a «The Blair Witch Project», «Matrix» e «Il sesto senso», in un accumulo continuo di citazioni e gag. Il risultato è stato enorme: oltre 277 milioni di dollari nel mondo e la nascita di uno dei marchi comici più riconoscibili dei primi anni Duemila.
Il secondo capitolo, uscito appena un anno dopo, ha spostato il bersaglio verso le case infestate e l’horror soprannaturale, guardando soprattutto a «The Haunting», «L’esorcista» e ai racconti di possessioni e presenze demoniache. Poi la saga ha cambiato pelle. Con «Scary Movie 3» e «Scary Movie 4», diretti da David Zucker, il tono è diventato meno ruvido e più vicino alla tradizione della commedia demenziale americana. I bersagli principali sono diventati «The Ring», «Signs», «Saw», «The Grudge», «The Village» e «La guerra dei mondi», ma il meccanismo è rimasto lo stesso: prendere ciò che in quel momento faceva paura, o faceva discutere, e svuotarlo attraverso la risata.
Il quinto film, arrivato nel 2013, ha provato ad aggiornarsi all’epoca di «Paranormal Activity», «Black Swan», «Mama», «Evil Dead» e del found footage, cioè quel tipo di horror costruito come se le immagini fossero riprese amatoriali o documenti ritrovati. Ma qualcosa si era ormai inceppato. Senza alcuni dei volti storici e con un panorama comico già trasformato, «Scary Movie 5» è sembrato meno necessario. Non a caso è stato il capitolo meno fortunato al botteghino e la saga si è poi fermata per tredici anni.
Cosa è cambiato
Ora il ritorno pone una domanda interessante: c’è ancora spazio per questo tipo di risate? Non è una questione semplice, perché nel frattempo la comicità stessa è cambiata. Molte cose che «Scary Movie» faceva al cinema oggi accadono ogni giorno sui social: una scena diventa meme, un personaggio viene trasformato in GIF, un trailer viene smontato in tempo reale, una posa inquietante diventa una battuta collettiva. In un certo senso, il pubblico ha imparato a fare da solo quello che un tempo facevano film come questo. La sfida del nuovo «Scary Movie» è quindi doppia: non solo prendere in giro l’horror, ma farlo meglio e più forte di quanto il pubblico non faccia già da sé.

C’è però una differenza importante. Il meme è rapido, frammentario, nasce e si consuma in poche ore. Il cinema, anche quando è demenziale, ha bisogno di costruire un ritmo, personaggi, situazioni, ritorni comici. La battuta «sbagliata» non funziona solo perché osa. Funziona se arriva nel momento giusto, se colpisce un bersaglio riconoscibile, se riesce a essere liberatoria invece che semplicemente pigra. È qui che il ritorno dei Wayans può avere un peso: non perché garantisca automaticamente il successo, ma perché riporta la saga alla sua origine, a una comicità molto fisica, aggressiva, popolare, spesso infantile, ma costruita su un’idea precisa di ritmo e accumulo.
«Scary Movie» torna dunque in un momento in cui l’horror è più forte che mai e la commedia cinematografica sembra invece più incerta. Torna in un mondo che non ha smesso di essere scorretto, ma ha cambiato modo di esserlo. Torna per chiedere se si possa ancora ridere di una scena madre, di un mostro, di un trauma narrativo, di un franchise amatissimo, senza trasformare tutto in una dichiarazione di principio. Forse il suo compito non è combattere il politicamente corretto, formula ormai troppo comoda e spesso usata male. Il suo compito è più concreto: distendere il clima, rompere la serietà automatica, ricordare che anche dentro la paura può esserci spazio per una risata nascosta dietro la mano, ma non per questo meno sentita e naturale.


