Anche l’horror, come tutti i generi popolari, cambia insieme alle paure del suo tempo. Per decenni il cinema ha attinto alle leggende metropolitane, al folklore, ai racconti tramandati a voce, alle case infestate e ai mostri nati nelle pieghe della tradizione. Oggi, però, una parte sempre più importante dell’immaginario del terrore nasce altrove: nei forum, nei video caricati online, nei videogiochi indipendenti, nei meme e nelle storie condivise da comunità digitali che trasformano un’immagine, una frase o un’intuizione in un mito collettivo. Lo dimostra «Backrooms», horror atipico prodotto da A24 e diretto da Kane Parsons, con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve tra i protagonisti, in arrivo in Italia dal 27 maggio con I Wonder Pictures. Non è soltanto un film dell’orrore: è l’adattamento cinematografico di uno dei fenomeni più riconoscibili e inquietanti nati sul web negli ultimi anni.
La trama
Una strana porta compare nel seminterrato di uno showroom di mobili e sembra condurre in un luogo impossibile, separato dalla realtà ordinaria. Al centro della storia ci sono un uomo scomparso, Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, e una terapeuta, Mary Kline, interpretata da Renate Reinsve, che si addentra in questa dimensione sconosciuta per cercare di salvarlo. Attorno a loro si apre un labirinto di corridoi, stanze vuote, moquette consumate, pareti giallastre e luci fluorescenti: uno spazio che sembra familiare e insieme profondamente sbagliato, come un ufficio abbandonato o un centro commerciale senza più persone, rimasto acceso per sempre.
Il fenomeno
«Backrooms» potrebbe sembrare solo un horror un po’ intellettuale e pretenzioso, ma il lato interessante sta tutto nella sua origine digitale. Le Backrooms nascono nel 2019 su 4chan, un forum anonimo statunitense diviso in bacheche tematiche, noto per essere stato negli anni un luogo di nascita, diffusione e deformazione di molti fenomeni della cultura internet. In particolare, l’immagine che ha dato origine al mito comparve nella sezione dedicata al paranormale e alle immagini disturbanti. Era una fotografia di un interno vuoto: pareti gialle, moquette beige, luci al neon, nessuna finestra, nessuna presenza umana. A partire da quell’immagine, gli utenti cominciarono a costruire una leggenda: se si «scivola» fuori dalla realtà, si può finire nelle Backrooms, un insieme infinito di stanze e corridoi dove qualcosa potrebbe inseguire chi vi entra.
Il fascino del fenomeno sta proprio nella sua natura incompleta. Le Backrooms non hanno un solo autore, una sola versione o una mitologia chiusa. Sono una creepypasta, termine con cui si indicano racconti dell’orrore nati e diffusi online, spesso copiati, modificati e ampliati dagli utenti. Nel tempo, la comunità ha aggiunto livelli, creature, regole, mappe e teorie, trasformando una singola immagine in un universo narrativo. Il concetto è legato anche agli «spazi liminali», cioè luoghi di passaggio che diventano inquietanti quando sono vuoti: corridoi d’albergo, parcheggi sotterranei, scuole chiuse, aeroporti deserti. Sono ambienti che riconosciamo, ma che privati della loro funzione quotidiana sembrano improvvisamente ostili.
Il video
Il salto verso il cinema passa soprattutto da Kane Parsons, conosciuto online come Kane Pixels. Nel 2022 Parsons pubblicò su YouTube un corto in stile found footage, costruito come un falso filmato ritrovato, che mostrava un giovane intrappolato nelle Backrooms. Il video ebbe un’enorme diffusione e contribuì a fissare l’estetica oggi associata al fenomeno: immagini sgranate, atmosfera da VHS, rumori lontani, lunghi corridoi digitali e una tensione più psicologica che esplicita. A24 ha poi affidato proprio a Parsons la regia del lungometraggio, trasformando il suo immaginario nato online in una produzione cinematografica vera e propria, con set fisici di grandi dimensioni e un cast internazionale.
Horror e web
«Backrooms» arriva inoltre in un momento in cui Hollywood guarda con crescente attenzione alle paure generate dalla rete. Un caso vicino è «Exit 8», film giapponese diretto da Genki Kawamura e tratto dall’omonimo videogioco indipendente. Anche lì l’orrore nasce da un luogo ripetitivo e apparentemente normale: un corridoio della metropolitana in cui il protagonista resta intrappolato, costretto a osservare ogni dettaglio per individuare anomalie e trovare l’uscita. Non ci sono necessariamente mostri tradizionali: a spaventare è la ripetizione, la sensazione di essere bloccati in un ambiente quotidiano che non obbedisce più alle regole del mondo reale.
Prima ancora, il cinema aveva provato a misurarsi con «Slender Man», figura nata nel 2009 da un concorso fotografico sul forum Something Awful e poi cresciuta come leggenda dell’orrore online. Alto, senza volto, vestito di nero, Slender Man è diventato uno dei primi grandi mostri dell’era internet, protagonista di racconti, videogiochi, video amatoriali e infine di un film uscito nel 2018. Il risultato cinematografico non ha avuto la stessa forza del mito digitale, ma resta un passaggio importante, perché ha mostrato quanto il web potesse produrre figure dell’immaginario capaci di competere con i mostri della tradizione.
La tendenza prosegue anche su territori più eccentrici. Michael Bay risulta coinvolto in un progetto cinematografico legato a «Skibidi Toilet», serie virale nata su YouTube e diventata popolarissima tra i più giovani, costruita attorno a una guerra surreale tra teste che spuntano da water e personaggi con dispositivi elettronici al posto della testa. È un caso molto diverso da «Backrooms», più vicino al meme e all’assurdo che all’horror puro, ma conferma lo stesso movimento: il cinema non cerca più soltanto romanzi, fumetti o videogiochi celebri, ma anche fenomeni nati direttamente dentro il linguaggio della rete.
Una nuova paura
In questo scenario, «Backrooms» potrebbe rivelarsi uno degli esperimenti più interessanti. Perché non si limita ad adattare una storia: prova a portare sul grande schermo un’atmosfera, una paura senza autore unico, un incubo collettivo nato da un’immagine anonima e cresciuto grazie all’immaginazione degli utenti. È un horror che non arriva dal passato remoto delle fiabe nere e dei mostri classici come Dracula, Frankenstein o La Mummia, ma dal presente dei forum, dei video virali e degli spazi digitali condivisi. E forse proprio per questo racconta bene una nuova forma di paura contemporanea: quella di perdersi non in un castello o in un bosco, ma in un luogo qualunque, illuminato al neon, identico a mille altri e impossibile da lasciare.



