La sensazione, alla fine del film, è che in sala regni una commozione che quasi si può toccare con mano. Cosa che ha reso senz’altro felici i componenti della formidabile pattuglia che sta promuovendo in giro per l’Italia «I figli della scimmia», approdata questa sera al cinema Moretto di Brescia, per un fecondo botta e risposta con il pubblico cittadino.
Era formata dal regista Tommaso Landucci, dal protagonista Riccardo Scamarcio (uno dei pochi divi riconosciuti internazionalmente del cinema italiano) e da un attore di straordinaria versatilità (sul palco come sullo schermo) quale Fausto Russo Alesi, che, tra i vari ruoli della carriera, è stato un ottimo Giovanni Falcone ne «Il traditore», un portentoso Francesco Cossiga in «Esterno notte» e pure Gabriele D’Annunzio in «Duse». I tre hanno presenziato alla proiezione presso la multisala cittadina del film che – con ben due premi incamerati nella sezione Orizzonti, quelli per la miglior interpretazione maschile e per la miglior sceneggiatura, condivisa da Landucci con l’amico di sempre, Damiano Femfert – ha salvato l’onore della spedizione nazionale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Già in programmazione da alcuni giorni in città, l’opera – che segna l’esordio di Landucci nel lungometraggio di finzione – indaga l’inespresso che riposa dietro una genitorialità lacerata, seguendo dappresso Dario (Scamarcio), che fa il perito assicurativo in società con il fratello maggiore Roberto (Russo Alesi), occupandosi amorevolmente del figlio disabile Enrico, che va seguito in tutto. Ma un’inquietudine sotterranea lo agita, portandolo talvolta a reazioni elettriche, che sembrano evaporare soltanto nella complicità con il nipote adolescente Giacomo, che nello zio trova l’ascolto scevro da giudizi negatogli da un genitore per contro assillante.
Il cineasta lucchese, che viene dal documentario e dal cosiddetto «cinema del reale» (anche se ha maturato esperienza in qualità di assistente alla regia in opere di finzione dirette da Claudio Giovannesi e Luca Guadagnino), prende a prestito il titolo da una favola di Esopo, su una scimmia con due figli: ne ama uno alla follia fino a soffocarlo, trascurando invece l’altro, che cresce invece sano e forte. Ma usa poi titolo e ispirazione in maniera laterale, per raccontare una storia che di amore in realtà esonda, con Dario che però fatica a incanalarlo. Egli si è come annullato nella quotidianità perennemente infantile di Enrico, e anche il suo matrimonio si dipana secondo una routine malinconica, incentrata su gesti reiterati meccanicamente. Giacomo incarna invece il figlio che Dario aveva immaginato nel momento in cui ha pensato di essere padre, a cui avrebbe voluto trasmettere qualcosa di sé. E, sebbene non osi dir(se)lo, con questa situazione dilaniante deve alla fine fare i conti.
A contatto con una platea attenta, il regista è entrato nel merito della tensione tra il figlio reale e quello immaginato, sottolineando: «Quando ho iniziato a interrogarmi sul diventare genitore, esperienza che vivo in prima persona (è padre di una bimba di quindici mesi, con la moglie nuovamente in attesa, ndr), ho pensato che il rischio sia quello di guardare a tuo figlio come a un’estensione di te stesso, e almeno a livello inconscio credo che questo sia stata la spinta iniziale dell’opera». Quindi ha proseguito :«Non è un film sulla disabilità, sebbene Enrico abbia una paralisi cerebrale infantile, condizione che appartiene anche all’attore che lo interpreta, Andrea Aggio. È piuttosto la storia di un padre che vive una situazione lacerante e si allontana, facendo una scelta che forse è difficile non giudicare, ma che è impossibile non capire».
Completa il quadro Scamarcio: «Il mio è sicuramente il personaggio che fatica più degli altri ad evolvere, a portare a termine la sua educazione sentimentale di padre. Ma lo sguardo con cui Tommaso (Landucci, ndr) lo segue è davvero speciale».
Russo Alesi confessa di aver accettato il proprio ruolo anche «per la curiosità di lavorare con Scamarcio e anche con Landucci, di cui avevo molto apprezzato il documentario “Caveman, l’uomo delle caverne”. Sul set si è creata una bella alchimia…Ma non ho costruito il mio personaggio per contrasto con quello di Riccardo: il copione era ben delineato, con i due fratelli che, seppur molto diversi, hanno un rapporto di complicità e si vogliono bene, nonostante le tensioni che si sviluppano tra loro. Credo che tutta la storia, ad ogni modo, trasmetta autenticità».
Se Scamarcio, a domanda precisa, risponde di «non essersi mai sentito in difficoltà nei panni del genitore di un ragazzo disabile» e di aver scelto di «leggere solo una volta la sceneggiatura, nonostante le perplessità del regista, che però si è fidato di me», commenta le proprie scelte di attore con tratto sincero: “Non sto mai fermo, in cerca della direzione giusta per fare qualcosa che mi faccia sentire bene, e il ruolo propostomi in questo caso è stato davvero soddisfacente». Quindi esprime massimo orgoglio per i premi ottenuti da «I figli della scimmia»: «Mi dispiace per gli altri italiani (sorride, ndr), ma due riconoscimenti a una stessa opera vorranno pur dire qualcosa…Ce li teniamo stretti!».
Ancora il regista, conferma di «aver pensato da subito a Scamarcio come protagonista, perché il suo carisma, oltre che la sua bellezza, avrebbero aggiunto complessità all’insieme». Poi si sofferma sulle opzioni estetiche più evidenti, ovvero il formato 4:3 e l’uso della pellicola: «Girare in pellicola ti costringe a provare tutto prima, perché non puoi sprecare le riprese, ma ha tutta una serie di vantaggi che sono stati decisivi nella scelta. Per quanto riguarda il formato, è stata una necessità legata al modo in cui volevo rapportarmi ai personaggi: vicino, ma non troppo addosso, perché non intendevo realizzare un “pedinamento” in stile fratelli Dardenne…Ma proprio per questo, se avessi usato un formato più largo, avrebbe significato includere nell’inquadratura troppe cose, oltre ai personaggi, e non era ciò che volevo. Insomma, è stata una scelta quasi obbligata, di cui sono molto contento».
Alla fine, appena prima dei selfie collettivi e di quelli personalizzati, l’appello di Scamarcio al passaparola: «Dite ad amici, parenti, conoscenti di andare al cinema a vedere questo film, perché ne vale la pena». Confermiamo.



