Con ben due premi incamerati nella sezione Orizzonti, «I figli della scimmia» è il film che ha salvato l’onore della spedizione italiana all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Già in programmazione da alcuni giorni nella nostra città, l’opera – che segna l’esordio di Tommaso Landucci nel lungometraggio di finzione – indaga l’inespresso che riposa dietro una genitorialità lacerata, seguendo dappresso il protagonista Dario (Riccardo Scamarcio), che si occupa amorevolmente del figlioletto disabile Enrico, mentre non può fare a meno di guardare al nipote adolescente Giacomo come al figlio che avrebbe voluto.
Il film godrà di una vetrina speciale domani sera alla multisala Moretto, con l’autore che incontrerà il pubblico al termine della proiezione delle 19, accompagnato dagli interpreti Riccardo Scamarcio e Fausto Russo Alesi. Abbiamo intervistato proprio Scamarcio.
Riccardo, si è calato in una paternità sofferta, che forse al cinema non era mai stata raccontata da questa particolare prospettiva. Lo sguardo di Landucci sottolinea più la fragilità o la tenerezza lacerata del personaggio?
Mette in scena l’intera dinamica di un padre che si trova a vivere una situazione complicata, e che deve decifrare i suoi stessi sentimenti. Con un’espressione di sintesi, potremmo considerarla come l’educazione sentimentale di un genitore. La dolcezza e l’indulgenza con cui il regista guarda questo personaggio è qualcosa di davvero speciale. Potente eppure semplice... ma si sa che le cose semplici sono le più difficili da ottenere.
Landucci, pur all’esordio nella finzione, è latore di un’idea rigorosa di cinema. Com’è andata sul set?
Mi sono trovato molto bene con lui, è stato un rapporto addirittura idilliaco. Più in generale si è creata un’alchimia naturale tra me, Tommaso, i produttori, il direttore della fotografia e gli altri interpreti. Il fatto di girare in pellicola, con un formato insolito come il 4:3 e con una messa in scena molto essenziale, ha indotto a un certo tipo di recitazione, intima e vera. Ritengo che l’autenticità sia un po’ la chiave di un film che, pur parlando di genitorialità e disabilità, non è tematico, ma racconta soprattutto la storia di un padre e della famiglia che gli sta intorno.
Landucci ha dichiarato di aver avuto in mente da subito lei come protagonista, “perché la sua bellezza aggiunge un ulteriore livello di complessità alla storia”. E che lei ha portato idee, contributi fattivi e mostrato una partecipazione emotiva al progetto che è andata oltre le aspettative…
Davvero ha detto così? Allora non lo contraddico (ride, ndr)... Ho soprattutto cercato di assecondare ciò che nel copione era già abbastanza evidente. Cioè che i dialoghi sono la punteggiatura delle cose che i personaggi non hanno il coraggio di dirsi, e di dire. Infatti c’è sempre qualcosa di sotteso a quello che accade... D’altronde, pur non essendo il classico film di plot, in cui succede tanto, ti tiene attaccato alla storia, perché capisci che ciascun personaggio fa una sorta di viaggio verso la comprensione del proprio stato e cerca di prendersi cura dei propri sentimenti, senza metterli sotto un tappeto.

Enrico è interpretato da Andrea Aggio, che ha la stessa disabilità del suo personaggio. Cosa cambia in scena, in una situazione come questa?
L’incontro con Andrea è stato straordinario, perché lui è un ragazzino davvero fenomenale. Ha un’energia pazzesca, veniva sul set con il sorriso, felicissimo di fare il film... In principio la comunicazione non è stata facile, perché non controllando l’epiglottide, non può parlare. Abbiamo lavorato su codici diversi per entrare in sintonia, potendo contare sull’aiuto dei suoi genitori, Sonia e Luca, che mi hanno assistito per le scene che richiedevano maggiore confidenza fisica, e che sono diventati degli amici. Andrea, invece, lo definisco scherzosamente il mio “partner in crime”…
Lei che padre è?
Con mia figlia Emily (nata dalla relazione con la manager inglese Angharad Wood, ndr) ho un rapporto stupendo, giochiamo un sacco insieme, ci divertiamo. Sono un padre che pensa che i figli siano come gli adulti, ma un po’ più piccoli, e delicati: vanno guardati, protetti, ma anche lasciati liberi di scoprire la vita.
«I figli della scimmia» è l’unico film italiano che ha vinto dei premi a Venezia: a lei come miglior interprete maschile nella sezione Orizzonti, a Landucci e Damiano Femfert per la miglior sceneggiatura. Che effetto le fa?
Molto piacere, perché entrambi i premi certificano il valore del film, che ha ricevuto un vero e proprio endorsement da parte della giuria. Un riconoscimento a Venezia conta molto, a maggior ragione in un mercato asfittico e iper competitivo come quello italiano: significa accendere i riflettori internazionali su un lavoro superindipendente, diretto da un regista all’opera prima, che è però riuscito a intercettare giurati e pubblico con un linguaggio sincero, autentico.
Hollywood è un posto che le piace frequentare con nonchalance ogni tanto (come accaduto con «John Wick», «Modì», «Assassinio a Venezia»), o crede che il suo grande film americano debba ancora arrivare?
Il ruolo da protagonista fatto con la regia di Johnny Depp (in «Modì – Tre giorni sulle ali della follia», nel 2024, ndr) è stato per me molto importante, un’esperienza fantastica, anche se il film non è stato molto visto. Non so se rispondo alla domanda, ma in realtà io vivo alla giornata, con un approccio molto corsaro alla professione: ai film di intrattenimento e per il grande pubblico ci tengo, ma amo anche ritagliarmi spazi per sperimentare, per fare film di ricerca, per produzioni più piccole che però offrono grandi soddisfazioni.



