Cinema

«Porco Rosso», l’eroe antifascista alla Multisala Oz per il 25 aprile

Cristiano Bolla
La Festa della Liberazione offre la possibilità di rivedere sul grande schermo uno dei capolavori di Hayao Miyazaki, quello che dialoga più da vicino con la storia italiana
«Porco Rosso» di Miyazaki
«Porco Rosso» di Miyazaki
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Alcuni film sono destinati a restare legati per sempre a una data. Accade con i classici di Natale, che ogni anno tornano puntuali a costruire un immaginario condiviso fatto di neve, famiglie, seconde possibilità e rituali domestici. Accade con opere come «Schindler’s List» o più di recente «La zona d’interesse», che nel Giorno della Memoria trovano una risonanza particolare perché parlano direttamente alla responsabilità del ricordo.

E accade anche, in modo forse meno immediato ma altrettanto potente, con «Porco Rosso», il film di Hayao Miyazaki che torna al cinema proprio per il 25 aprile, Festa della Liberazione. A Brescia sarà possibile rivederlo al Multisala Oz, dove la riedizione è in programma sabato 25 aprile con due spettacoli, alle 15.30 e alle 18.00.

Il film

A prima vista, «Porco Rosso» potrebbe sembrare soprattutto un film d’avventura: un racconto di pirati dell’aria, duelli tra idrovolanti, officine meccaniche, isole dell’Adriatico e cieli attraversati da piloti leggendari. In realtà, dietro la sua leggerezza apparente, è una delle opere più malinconiche e politicamente limpide di Hayao Miyazaki.

Uscito in Giappone nel 1992 e prodotto dallo Studio Ghibli, il film racconta la storia di Marco Pagot, ex asso dell’aviazione militare italiana durante la Prima guerra mondiale. Un tempo uomo, Marco vive ora con le sembianze di un maiale antropomorfo e con il nome di Porco Rosso, cacciatore di taglie solitario che sorvola l’Adriatico a bordo del suo idrovolante rosso.

La trasformazione del protagonista non viene mai spiegata in modo definitivo, ed è proprio questa ambiguità a renderla così significativa. Marco è un reduce, un sopravvissuto, un uomo che porta addosso il peso della guerra e dei compagni perduti.

Il suo volto animale sembra il segno visibile di una frattura interiore: Porco Rosso non riesce più a riconciliarsi con l’umanità che ha prodotto la violenza, il militarismo e l’obbedienza cieca. Eppure, dietro quella maschera grottesca, conserva una dignità morale ferrea. Non è un eroe tradizionale, non cerca medaglie né gloria, non vuole appartenere a nessun potere. La sua libertà passa anche attraverso l’isolamento.

Il legame con il 25 aprile

È qui che il film trova il suo legame più forte con il 25 aprile. «Porco Rosso» è ambientato in un’Italia già segnata dall’avanzata del fascismo, che nel racconto non è un semplice sfondo storico ma una presenza concreta, pronta a richiamare Marco dentro un ordine politico e militare che lui rifiuta. La frase più celebre del film lo dice con chiarezza: «Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale!». È una battuta fulminante, la più celebre e sfruttata del film, ma non è solo uno slogan. Definisce la posizione nel mondo del personaggio protagonista: Marco preferisce essere escluso, deformato, giudicato, piuttosto che diventare complice di un regime autoritario.

Una presa di posizione che ogni 25 aprile molti fannio propria, ripostando sui social la scena del film e la sua più iconica battuta. L’antifascismo di «Porco Rosso» però non è sbandierato. Miyazaki non costruisce un racconto didascalico, non mette in scena una lezione di storia, non trasforma il protagonista in un simbolo monolitico. Fa qualcosa di più sottile: racconta un uomo che ha visto la guerra dall’alto e non ne è uscito migliore, ma più disilluso; un pilota che ama il volo, la tecnica, la bellezza degli aerei, ma sa che quella stessa meraviglia può essere trasformata in strumento di morte; un individualista che non si piega all’idea che la patria, l’uniforme o il potere possano cancellare la coscienza personale.

Dal fumetto

«Porco Rosso» nasce da un fumetto ad acquerello realizzato dallo stesso Miyazaki e pubblicato sulla rivista Model Graphix, legato alla sua passione per l’aviazione. In origine il progetto era stato pensato come un cortometraggio destinato ai voli della Japan Airlines, ma col tempo si è trasformato in un lungometraggio più complesso, adulto e stratificato. Il risultato è un film in cui l’amore per gli idrovolanti, per la meccanica e per l’immaginario dell’avventura convive con una riflessione dolorosa sulla guerra, sulla memoria e sulla libertà.

Dal film «Porco Rosso»
Dal film «Porco Rosso»

Anche l’Italia del film è più di una cartolina. Ci sono l’Adriatico, Milano, le officine, i richiami all’aviazione italiana e perfino il cognome Pagot, omaggio alla storica famiglia dell’animazione italiana. Miyazaki guarda a quel mondo con fascino e precisione, ma senza nostalgia cieca. La sua Italia è luminosa e insieme minacciata, romantica ma attraversata da forze politiche oscure. In questo contrasto si muove Porco, figura sospesa tra il desiderio di sparire e l’impossibilità di smettere del tutto di agire.

Il messaggio

Rivedere oggi «Porco Rosso» il 25 aprile significa quindi riscoprire un film che parla a pubblici molto diversi. Può essere seguito come una grande avventura animata, piena di ritmo, ironia e sequenze di volo memorabili. Ma sotto quella superficie c’è un’opera adulta, capace di interrogare il rapporto tra libertà individuale e potere, tra memoria e trauma, tra bellezza della tecnica e responsabilità morale.

Miyazaki non chiede allo spettatore di amare Porco perché è perfetto. Al contrario, lo rende indimenticabile proprio perché è ferito, contraddittorio, burbero e solitario. Ma davanti al fascismo non ha esitazioni. E questa, nel giorno della Liberazione, è la ragione per cui il suo ritorno in sala non è soltanto una riedizione: è un appuntamento con un film che continua a essere molto chiaro sulla parte da cui stare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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