«Welcome to the real world! It sucks. You’re gonna love it». Tradotto: «Benvenuta nel vero mondo. Fa schifo e te ne innamorerai». Quando Monica – Courteney Cox – pronuncia queste parole nel primo episodio di «Friends» rivolgendosi a una giovanissima Rachel – Jennifer Aniston – è una battuta. Una di quelle che servono a definire un personaggio, a dare il tono. Ma è anche qualcosa che, a distanza di anni, sembra profetica e continua a funzionare, seppur in modo diverso. Perché dentro quelle poche parole c’è già tutto: l’idea che la realtà sia complicata, imperfetta, a tratti faticosa e che proprio per questo si impari, in qualche modo, ad affrontarla. Forse è anche per questo che torniamo alle nostre vecchie serie preferite, a guardarle e riguardarle. Perché ci sembra che raccontino un mondo migliore, più leggibile, dove i problemi esistevano sì, ma avevano confini più chiari. E un episodio durava il tempo giusto per rimettere a posto le cose.
Le preferite
Le serie preferite? «Friends», «The office», «Beverly Hills 90210», «Una mamma per amica» (rigorosamente in autunno), «Dawson’s Creek», «X-Files», «Twin Peaks», «Breaking bad» e «Sex and the City», solo per citarne alcune. E quando uno dei protagonisti nella vita reale viene a mancare si ha la sensazione improvvisa che un pezzo di mondo, un capitolo delle nostre vite si chiuda definitivamente.

È il caso di Matthew Perry, che era Chandler Bing in«Friends», il personaggio della battuta come scudo, dell’ironia come modo per confessare le proprie fragilità. Di Luke Perry, il bellissimo e tormentato Dylan McKay di «Beverly Hills 90210», che milioni di adolescenti avevano amato davvero, non solo come personaggio. Della co-star Shannen Doherty, aka Brenda Walsh. E più di recente di James Van Der Beek – il Dawson di «Dawson’s Creek» – scomparso lo scorso dicembre.
Comfort
Questa grammatica del già visto diventa allora anche un modo per restare in contatto con una dimensione cristallizzata del nostro passato, mentre fuori tutto cambia. Un comfort food in versione videoludica che ci aiuta a superare le fatiche quotidiane. E forse, quella familiarità non è casuale.
Le serie di quegli anni erano costruite in modo molto diverso. Episodi brevi, autoconclusivi, pensati per essere visti anche senza un ordine ben preciso. Non c’era bisogno di ricordare cosa fosse successo prima, né il rischio di perdersi in trame labirintiche e lunghe stagioni (quelle sono arrivate dopo, un trend che ha avuto inizio con l’intricatissima serie «Lost», altra serie protagonista di parecchi rewatch insieme «Game of thrones» e «The Simpsons»). Una puntata iniziava, sviluppava un piccolo conflitto, un racconto e lo risolveva. Risate registrate. Fine dell’episodio.

Ma il punto non è solo strutturale. C’entra anche il modo in cui guardiamo. Con queste serie non serve stare in allerta: sai già cosa succederà, riconosci i tempi, i personaggi, le situazioni. Non devi orientarti ogni volta da capo. La familiarità ha, d’altronde, un effetto preciso: riduce l’incertezza. Sapere già come andrà a finire una scena, quando arriverà una battuta, che tipo di conflitto si risolverà, toglie spazio all’imprevisto e, con lui, a una certa forma d’ansia. Non solo quella legata a ciò che si guarda, ma anche a ciò che viene prima.
Oggi, infatti, scegliere è diventato parte di un’esperienza spesso frustrante: piattaforme infinite, cataloghi pieni di contenuti dozzinali, suggerimenti continui. Più che guardare, spesso passiamo tempo a cercare cosa guardare. E non è una sensazione neutra: è il dubbio di sbagliare scelta, di perdere qualcosa di meglio, di non trovare mai davvero quello giusto.In questo contesto, tornare a qualcosa che si conosce già è anche un modo per interrompere questo meccanismo. Non dover scegliere, non dover decidere, non dover confrontare. Premere play e basta. E in una realtà in cui siamo continuamente esposti a contenuti nuovi, questa prevedibilità diventa quasi una forma di sollievo.
Una storia collettiva
Riguardare vecchie serie non è quindi un gesto passivo. Tra infinite possibilità, si opta per qualcosa che non richiede di «andare avanti», né di restare aggiornati. Si può entrare in una puntata a caso, lasciarla scorrere e uscirne senza la sensazione di aver interrotto qualcosa e con tutto il piacere di non doverne discutere poi con nessuno. Le vecchie serie sono diventate, in questo senso, un archivio sentimentale della collettività. Non sono solo mero intrattenimento, ma sono i contenitori di un’intera fase della vita di una generazione: le prime storie d’amore, le amicizie complicate, le esperienze fuori di casa. Rivederle è riconoscere che quel passato esiste ancora, che è fatto di qualcosa di reale, che ha avuto peso. E che possiamo custodirlo.



