Non una commedia nera, ma un film della realtà. Politico, senza la presunzione di esserlo. Divertente, ma realizzato con serietà e grandissimo senso di responsabilità. Sfugge alle definizioni e anche da se stesso il più recente film di Roberto De Paolis Maino, «Serpenti», pellicola che come «un biscio gira, si svicola e rivolta, cercando di evitare il suo stesso argomento». Così il regista romano, accompagnato da un dirompente Borghi (all’anagrafe Alessandro, ma pare perfino superfluo chiarirlo) ha presentato ieri il suo più recente lavoro, approdato al Cinema Moretto dopo l’esordio sotto i riflettori di Venezia. Un lavoro profondamente acuto e spiazzante, che sviscera le traversie di uomo che, uccisa la moglie, cerca invano di costituirsi.
Magnifici sette
Scritto dai Fratelli D’Innocenzo, annovera un cast di all-star del cinema italiano, come Valeria Golino, Pietro Castellitto e Leonardo Lidi, provvidenziale prestito dai palchi teatrali. Di fatto un film «che ha coinvolto sette registi. Cioè tutti i sopracitati tranne Alessandro, che però è uno che ha le idee molto chiare» elenca De Paolis Maino spiegando come il titolo, si il risultato di un brainstorming.
Selfie concessi, ma spoiler vietati per gli spettatori in attesa della proiezione bresciana. «Per fortuna non c’è Valeria, che ogni volta ne racconta un pezzo» scherza un De Paolis Maino rilassato. «Ma che il protagonista uccide la moglie lo possiamo dire?», lo incalza Borghi sornione andando dritto al cuore di «Serpenti». Che, come il gatto di Schrödinger, allo stesso tempo è e non è (ma è) un film sul femminicidio.

«Si ride per tutto il tempo e poi ci si sente in colpa: è esattamente questa la sua forza. È un’opera che ti fa mortificare di te stesso. Verso il sessantesimo minuto capisci che quel paradosso in apparenza grottesco riguarda da vicino la nostra normalità» anticipa l’attore, che interpreta un poliziotto indifferente alle colpe, ai drammi e pure ai delitti altrui. «È un tipo egoista, maldestro, maleducato e giuggiolone. È tutto un mix di elementi, ma a dirla tutta la sceneggiatura aveva già fatto il 70 per cento del lavoro e le idee di Roberto ne hanno aggiunto almeno un altro venti. A me mancava solo di mettere insieme pezzi».
«Il merito è tutto dei Fratelli D’Innocenzo», gli fa eco il regista. «Hanno questo incredibile talento di sapere trovare l’angolo giusto per affrontare qualsiasi tematica. Quando ho letto la sceneggiatura ho pensato che avessero trovato una chiave geniale: far ridere per raccontare il presente. Perché sia chiaro: considero "Serpenti" un film della realtà e non una commedia nera». Anche se sul set si rideva, e molto. Tanto che i lunghissimi take sono stati ripetuti ad nauseam, anche per tagliare certe risate incontenibili.
«È stato bello divertirmi dopo film pesanti. Quelli dove devi soffrì per forza, sennò sembra che non stai a lavorà bene. Ad ogni modo quando sono arrivato su questo set tutto a modo, ordinato e con le cose chiare, per me che sono Vergine ascendente Bilancia è stata ’na manna».
Tornando seri
«Il cinema – chiude Borghi – non dev’essere necessariamente politico, ma quando lo diventa bisogna assumersi la responsabilità di far sì che non rappresenti solo un’ora e mezza di svago, ma si traduca in un messaggio importante da trasmettere a noi e a chi verrà poi. Io mi nutro della gioia delle persone che vanno al cinema. Il cinema è la mia chiesa e vedere la sua forza che contagia altri essere umani mi fa stare sereno».




