Al termine di una Mostra parecchio bella, i pronostici per il Leone d’Oro (diretta alle 20) sono incerti, le previsioni più complicate del consueto. I film maggiormente apprezzati dalla critica sono il britannico «Wild Horse Nine» di Martin McDonagh (il nostro preferito, per distacco), in mirabile equilibrio tra commedia di parola e tragedia della Storia; il giapponese «Look Back» di Hirokazu Kore’eda, poesia visiva col cuore di manga, invero più amato dai recensori italiani che non da quelli internazionali; il coreano «Possible Love» di Lee Chang-dong, suggestione da lotta di classe contemporanea, che ha folgorato soprattutto la stampa estera. Tra gli outsider più accreditati campeggia il danese «Woman Unknown», opera in costume dalla messa in scena classicheggiante ma assai stratificata sul piano dei contenuti, firmata da May el-Toukhy, una delle due registe della competizione.
L’israeliano «Naza» (in cui Rachel Szor, l’altra autrice donna, è affiancata da Yuval Abraham) rivela verità agghiaccianti su Gaza, ma pare esemplare da Gran Premio Speciale della Giuria, a certificarne la valenza politica (come accadde lo scorso anno con «La voce di Hind Rajab»). Se poi il gruppo capitanato dall’attrice/regista Maggie Gyllenhaal (una che in dietro la macchina da presa opta per storie intime) volesse davvero stupire nel riempire le caselle dei premi, potrebbero rientrare in gioco la sperimentazione vertiginosa del russo «Dau» di Ilya Khrzanovsky, e forse pure la perturbante fiaba «Bucking Fastard» del veterano Herzog.
Chances quasi nulle per i cineasti di casa nostra, nonostante almeno quattro titoli di buona levatura (il quinto, «The Echo Chamber», è penalizzato da un eccesso di misura e da un finale sbagliato). Una bandierina nazionale potrebbe per contro essere piantata sulla Coppa Volpi femminile, perché il terzetto formato da Vanessa Scalera (mamma ingombrante in «Il fuoco che mi porto dentro» di De Angelis), dalla magnifica “soldatina” Alba Rohrwacher di «Un bon petit soldat» di Brizé e da una doppia Jasmine Trinca (in «Succederà questa notte» di Moretti e «L’estranea» di Strippoli), sembrano avere una marcia in più delle altre, insieme a Cho Yeo-Jeong («Possible Love») e Mathilde Arcel («Woman Unknown»).
Sul fronte maschile, un uomo solo in fuga: l’impareggiabile John Malkovich di «Wild Horse Nine», sempre che non sia premiato il film (da regolamento un’opera non può ottenere due riconoscimenti principali). A fargli da alfieri, il compagno di set Sam Rockwell, il non professionista Teodor Currentzis di «Dau» (è un direttore d’orchestra, non un attore), Misagh Zareh per «A Bit of Light» di Ali Asgari e, perché no, un Adriano Giannini davvero convincente in «Ritorno a Buenos Aires» di Marco Bechis. Les jeux son faits, oggi i verdetti.



