Bruno Fedrigolli: le 5 architetture bresciane che bisogna conoscere

Da Villa Lorenzotti alla Camera di Commercio, un tour tra gli edifici più rappresentativi dello stile architettonico di uno dei creativi che hanno definito la Brescia del Novecento
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Il rivestimento della Camera di Commercio i primi anni dopo la costruzione, 1967 - Courtesy Eredi Fedrigolli
Il rivestimento della Camera di Commercio i primi anni dopo la costruzione, 1967 - Courtesy Eredi Fedrigolli

C’è un minimo comune denominatore che unisce il Crystal Palace al casello autostradale di Brescia Centro, e non è solo la vicinanza. Così diversi, il grattacielo e la grande scultura in ricordo dei caduti che accoglie le automobili in città hanno lo stesso padre: Bruno Fedrigolli, uno degli architetti che hanno definito esteticamente Brescia, scomparso nel 1995. Suo è infatti il Crystal Palace, ma suoi sono anche numerosi altri edifici sparsi tra il centro e la provincia. Tutti portano la sua firma e la sua cifra stilistica: modernismo e libertà. È stato lui a progettare il parcheggio sotterraneo di piazza Vittoria; e sempre suo è il progetto della sede bresciana di Banca Valsabbina.

Il progetto del palazzo di Banca Valsabbina, 1986 - Courtesy Eredi Fedrigolli
Il progetto del palazzo di Banca Valsabbina, 1986 - Courtesy Eredi Fedrigolli

A questi vanno aggiunti gli edifici che più di tutti incarnano la sua architettura: la Camera di Commercio, il Cordusio, Villa Lorenzotti, Casa Uberti e – interessante esempio di architettura residenziale – le case a Urago Mella.

La Camera di commercio

Oggi, passando da via Vittorio Emanuele e da via Einaudi, ciò che colpisce della Camera di Commercio di Brescia è il colore bruno-grigiastro. A una prima occhiata potrebbe sembrare cemento – anche per questo alcune persone associano erroneamente Fedrigolli al brutalismo dell’autosilo lì a due passi – ma in realtà si tratta di un rivestimento in Plalam. I pannelli di acciaio zincato pensati dall’architetto in origine brillavano di riflessi dorati, mentre ora hanno acquisito quel colore ormai familiare ai bresciani.

Il progetto di Bruno Fedrigolli, vincitore del concorso indetto nei primi anni Sessanta per la riqualificazione dell’area degli ex ospedali, cambiò in modo sostanziale durante la realizzazione: la torre, inizialmente alta 65 metri e disegnata come la prua di una nave, venne ridimensionata e poi realizzata su progetto di Luigi Fasser e Andrea Piovani; comparve invece il profondo porticato, scandito dai grandi pilastri in calcestruzzo dalla geometria tortile, ideati da Fedrigolli e collegati alla soletta con i perni sferici progettati dall’ingegnere Francesco Berlucchi.

Maquette di progetto per la Camera di Commercio 1968 - Courtesy Eredi Fedrigolli
Maquette di progetto per la Camera di Commercio 1968 - Courtesy Eredi Fedrigolli

Sopra la struttura di base in cemento armato si sviluppa quella in acciaio zincato rivestito di rame (il Plalam, appunto). Le vetrate continue del piano terra e del piano rialzato illuminano gli spazi interni, tra cui l’auditorium e il salone del mercato di oltre 900 metri quadrati.

Il Cordusio

Porta la firma di Fedrigolli anche l’edificio in mattoncini tra via fratelli Porcellaga, via Dante e via Verdi, un grande magazzino che permise all’architetto di confrontarsi con un contesto segnato dalle demolizioni degli anni Trenta, quando l’isolato medievale del Cordusio e gli interni di palazzo Masperi furono sacrificati per fare spazio alla nuova piazza della Vittoria.

Il Cordusio - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Il Cordusio - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

La sua soluzione provò a ricucire il tessuto urbano sovrapponendo un rivestimento in pietra e mattone a un volume vetrato. Le facciate giocano con le proporzioni e i ritmi: le arcate al piano terra, di ampiezza diversa, si ritrovano ribaltate in verticale, dove il mattone sottolinea le linee curve della composizione. Un intervento controverso per la perdita delle strutture storiche, ma che nelle nuove facciate fu apprezzato per le dimensioni contenute, i materiali e il tentativo di dialogare con l’edilizia antica.

Villa Lorenzotti

Villa Lorenzotti, progettata da nel 1965 per un giovane dirigente Olivetti di ritorno dagli Stati Uniti, rappresenta una delle espressioni più originali della sua ricerca architettonica. La casa si sviluppa seguendo le curve della collina su cui sorge, (come accadeva anche per Villa Caffetto disegnata da Fausto Bontempi) con volumi dalle forme circolari e pareti che sembrano prolungare naturalmente il terreno. Il rivestimento in pietra locale rafforza il rapporto con il paesaggio, mentre la disposizione degli ambienti si apre verso il bosco di aceri e querce che circonda la villa.

Il progetto riprende alcune intuizioni elaborate da Fedrigolli per la Fondazione Josephine Baker, rimasta sulla carta: un’architettura dalle forme organiche, in cui le geometrie tradizionali lasciano spazio a un movimento più libero. Anche il plastico, realizzato in metallo, restituisce la dimensione scultorea dell’edificio: una struttura che più che un volume estraneo al luogo vuole essere una presenza organica sulla collina che la accoglie.

Villa Lorenzotti, firmata Bruno Fedrigolli
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Villa Lorenzotti, firmata Bruno Fedrigolli

Casa Uberti

Altro esempio del lavoro di Fedrigolli per una committenza privata è Casa Uberti a San Felice: anche se a una prima occhiata esternamente parrebbe più classica, mantiene il modernismo e le intuizioni che si possono vedere negli altri progetti fedrigolliani, così come gli stilemi novecenteschi. Le grandi vetrate, quindi, ma anche le strutture a vista, le geometrie e i volumi che giocano tra loro, così come la natura che interagisce con l’abitazione.

Le case a Urago

Avendo davanti agli occhi la Camera di Commercio, viene semplice pensare che le case residenziali di Urago Mella condividano la nascita dalla stessa mente creativa. A suggerirlo sono le finestre che si allungano in verticale e più in generale lo stile, ma il contesto è diverso dai precedenti.  Le case progettate da Bruno Fedrigolli a Urago Mella fanno infatti parte dello sviluppo del quartiere avviato nei primi anni Sessanta, quando l’edilizia residenziale pubblica cominciò a sperimentare nuovi sistemi costruttivi. L’architetto fu incaricato dallo Iacp di progettare il comparto affacciato su via Collebeato, in un’area che si stava espandendo tra gli edifici già esistenti. La particolarità del progetto sta anche nella scelta di lasciare aperto il piano terra, sostenuto da esili pilastri in acciaio, e nell’impiego di pannelli prefabbricati. Una soluzione che rispondeva alla ricerca di metodi costruttivi innovativi, ma anche alla natura creativa di Fedrigolli: la sua sperimentazione architettonica era attenta sia alle possibilità offerte dai nuovi materiali, sia alla composizione dei volumi.

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