L’AutosiloUno, così discusso, è anche un perfetto esempio di brutalismo

Che non significa «brutto», ma che deriva da «beton brut», «cemento a vista»: ecco la storia del parcheggio ad alveare che divide l’opinione estetica della città
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

L'AutosiloUno in via Vittorio Emanuele II a Brescia - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
L'AutosiloUno in via Vittorio Emanuele II a Brescia - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

I conti sono in rosso, il parcheggio è a rischio. Ma soprattutto: quel grande edificio che è l’AutosiloUno di via Vittorio Emanuele a Brescia è una delle strutture che più dividono l’opinione estetica. Perché accanto a tutti quelli che dicono semplicisticamente «brutto», c’è chi lo guarda con gli occhi dell’architettura trovandoci un gusto del secolo scorso che, guarda caso, sta tornando. Immaginate quindi l’autosilo semplicemente ridipinto (o lasciato al materico grigio strutturale) e magari arricchito da un po’ di verde verticale (alla Barbican, per capirci): ecco un perfetto esempio di brutalismo europeo, ovvero quello stile spoglio, geometrico, essenziale e modernista che si sviluppò nei Cinquanta soprattutto in area britannica e che anche in Italia trovò apprezzamento (vedi alla voce: Torre Velasca). Uno stile il cui nome peraltro non deriva – come molti pensano – da «brutto». Ma da «beton brut»: «cemento a vista».

La storia dell’edificio

Per capire l’AutosiloUno bisogna guardare il tratto di città sul quale è stato costruito. Il lotto è rettangolare e occupa il sedime murale delle antiche mura venete, abbattute nell’Ottocento quando Brescia cominciò a ridisegnare le direttrici viarie per consentire l’attraversamento della città. Si sviluppa, quindi, longitudinalmente lungo viale Vittorio Emanuele II e occupa un intero isolato. Sul lato rivolto verso il viale si trovano gli accessi, mentre sul retro (via XX Settembre) il volume arretra e lascia spazio a una piazza con giardini.

La particolarità sta ai piani superiori. I posti auto sono infatti disposti con un’inclinazione di 45 gradi e questa soluzione ha finito per disegnare direttamente le facciate. I sei piani che in origine erano destinati all’autorimessa assumono così quel caratteristico andamento a sega o ad alveare, che è l’elemento più riconoscibile dell’edificio.

Anche il piano terra, però, gioca un ruolo per la percezione della struttura. Vi sono infatti attività commerciali e uffici, che sono tuttavia arretrati rispetto al volume principale.

A sostenere il grande volume dell’autorimessa sono i pilastri, che nella parte terminale si aprono in due mensole inclinate. Anche qui la forma non è semplicemente decorativa: è la struttura stessa dell’edificio che diviene elemento visibile, proprio come spesso accade nell’esperienza del brutalismo.

Quando Brescia aveva bisogno di parcheggi

L’AutosiloUno nacque alla fine dei Sessanta per rispondere a un problema concreto e tipico del periodo del boom economoico: le automobili stavano diventando troppe per il centro della città. Così, nel 1967 l’Automobile Club d’Italia commissionò uno studio sulla situazione dei parcheggi a Brescia. L’analisi confermò la necessità di aumentare in modo consistente i posti auto disponibili nel centro storico, fino a raddoppiarne l’offerta. La risposta fu progettare un nuovo grande autosilo proprio lungo corso Vittorio Emanuele II. A occuparsene fu il Centro Progettazione e Ricerca dell’Aci e a progettarlo furono Giuseppe Arrivabene, Mario Moretti, Enzo Ragni e Antonio Taini.

L'ingresso delle automobili - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
L'ingresso delle automobili - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it

La destinazione era quindi chiarissima: creare spazio per le automobili in una zona centrale dove lo spazio, per definizione, era limitato. Da qui la necessità di svilupparlo in altezza. Ne venne fuori un edificio di otto piani sopra il livello stradale e tre interrati, concepito attorno alla circolazione e alla sosta delle auto. Per gli standard dell’epoca disponeva inoltre di sistemi di controllo, monitoraggio e smistamento considerati all’avanguardia. Quell’enorme struttura di cemento non era dunque meramente un edificio ingombrante costruito in centro storico (pieno ma non pienissimo: era comunque al di fuori delle mura venete). Fu la risposta tecnologica a una trasformazione urbana che nei Sessanta era diventata improcrastinabile.

Le trasformazioni

L’AutosiloUno, però, non rimase immutato, fino ad arrivare a ciò che è (decadentemente) oggi. Già negli Ottanta emerse che la struttura era costantemente sottoutilizzata. C’erano più spazi per le automobili di quanti ne servissero realmente. E così una parte di ciò che era nato come autorimessa cambiò destinazione. In totale, 270 posti auto furono trasformati in uffici. Anche l’aspetto dell’edificio ne risentì: alcuni degli spazi originariamente destinati alle auto vennero chiusi con murature e serramenti dotati di telai metallici.

Oggi la geometria dell’autorimessa resta leggibile com’era inizialmente (suppergiù). E oltre che leggibile resta impattante: il suo innegabile ingombro e l’aspetto così crudo sono inusuali un centro storico altrimenti accogliente e tradizionale. Ma a volte basta conoscere le esperienze architettoniche, la storia, gli stili e soprattutto le idee dietro al progetto per osservarlo in maniera diversa. Non necessariamente per dire «bello» o «brutto». Ma apprezzandone le stratificazioni e per capire perché è fatto così. Anche perché lì a due passi c’è un altro bell’esempio di architettura brutalista: per una passeggiata fotografica, si consiglia, dopo l’AutosiloUno, anche l’edificio che ospita la Camera di Commercio, opera dell’architetto Bruno Fedrigolli.

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