Un omicidio stradale e un femminicidio, anche se allora non li chiamavano così. Felice, ladruncolo sulle orme di un maestro impunito, viene travolto e ucciso da un’automobile che non si ferma, durante le prove per la Mille Miglia. Passano pochi giorni e Rosa, la sua mamma, povera donna costretta a fare la sguattera in bordelli d’infimo ordine, viene trovata strangolata dopo l’ennesima lite col marito che pretende d’essere mantenuto. Si aggiungano un oste malfidato ed un abile meccanico allergico al Fascio...e che le cose raramente sono come appaiono.
Eccolo il nocciolo de «Il Brigadiere del Carmine e la Mille Miglia» (Liberedizioni, 230 pp., 18 euro), la nuova storia della serie scritta da Enrico Mirani, che sarà presentata venerdì 1 maggio, alle 18, a Gavardo, per la rassegna «Un ponte di libri». A dialogare con l’autore, Sara Chiodi.
Siamo nel 1927 e Brescia è in gran fermento per il debutto della «corsa più bella del mondo». Il brigadiere Francesco Setti batte tutti sul tempo, in vista del centenario. Ma lui come vive la Mille Miglia?
Con grande distacco e un po’ di fastidio. Non ha neppure la patente, non è appassionato di motori e corse, finisce per subire quel che sta accadendo. Ma ne resta anche stupito. È sorpreso dall’entusiasmo della gente che arriva da ogni parte, dagli alberghi e dai ristoranti strapieni, dalle strade affollate. È interessato più alla reazione della città che al fascino dei motori. L’imminenza del centenario è una coincidenza: non sono uno storico di auto e gran premi.
Per Brescia il 1927 è un anno di passaggio, dei grandi cantieri si parla vagamente. Eppure sarà un momento decisivo...
È l’anno del consolidamento del regime. Il vecchio ceto liberale esce di scena e i fascisti sono determinati a fare propria la città. Nasce l’idea del primo piano regolatore che avrà il suo exploit nel 1929, con la mostra dei progetti in Loggia. Pensano di rivoltare la città modellandola sulle pretese del regime. La Mille Miglia finisce per essere lo specchio di quell’evoluzione, con Brescia che sale alla ribalta nazionale, con la Om, fabbrica in crisi, che con una sua vettura vince la corsa e rinasce. L’idea un po’ folle di quattro giovanotti appassionati di corse diventa simbolo dell’orgoglio fascista. Il Duce coglie l’opportunità e ordina: si ripeta.
Marta Abba recita Pirandello a teatro, la città è costellata di case di tolleranza. Si aprono club esclusivi, ma la vita della gente ruota attorno alle osterie. A Brescia vivono due mondi distinti, che il Brigadiere attraversa spesso con il magone...
La città resta divisa in due mondi, distanti anche fisicamente: da una parte i palazzi e i viali, dall’altra le Pescherie puzzolenti, la Curt dei Pulì, i vicoli degradati. I due mondi si intersecano su corso Zanardelli o in via X Giornate, per feste e manifestazioni, come la grande corsa. Il fascismo cercherà di unificarli sotto le insegne del regime. A pagarla saranno i poveri. L’abbattimento delle Pescherie sarà l’emblema di quel progetto.
Tra i fascisti è l’ora della resa dei conti. Augusto Turati, in un contesto di retorica trombonesca, sembra quasi un gigante. Era davvero così?
Turati è certamente personaggio di spicco. Zanardelliano d’origine, giornalista e abile comunicatore, mentre i fascisti della prima ora litigano, prende saldamente il potere. Rivoluzionario e manganellatore, ma anche moderato e mediatore. Quelli sono gli anni suoi. Poi andrà in disgrazia.
Il Brigadiere alla fine ammette: «Sto diventando di cuore tenero». Un poco anche l’autore?
Il Brigadiere Setti è sempre stato sensibile ai problemi della povera gente, con un proprio senso della giustizia che va oltre la legge e anche i tribunali. Ora, sarà l’età, s’intenerisce con i piccoli e gli sventurati. Aiuta, quando può. Anche se non si fa mai troppe illusioni.




