Tobagi e Calabresi: «La memoria restituisca le persone alla loro complessità»

All’auditorium Santa Giulia, per Librixia, il dialogo tra l’autrice del podcast «Era di maggio. Vite intorno alla strage di Brescia» e il giornalista
Tobagi e Calabresi a Librixia
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Tobagi e Calabresi a Librixia

Mario Calabresi, per riuscire a raccontare la memoria, a un certo punto ha dovuto buttarla nella spazzatura. Vent’anni di ritagli di giornale, raccolti con ostinazione dentro una valigia Samsonite azzurra, finirono una sera in un cassonetto sotto casa, a Roma: «Ho aperto la valigia e ho lasciato tutti i ritagli lì». Un gesto abbastanza sconsiderato per un giornalista, categoria professionale che tende a conservare anche ciò che non ricorda più perché aveva deciso di accantonare. Ma quella carta era diventata una prigione: «Erano ritagli di politica. Sarei rimasto prigioniero della politica. Dovevo raccontare le persone, non le polemiche attorno ad esse».

Il podcast

Forse il senso di «Era di maggio. Vite intorno alla strage di Brescia», il podcast scritto e raccontato da Benedetta Tobagi, sta già tutto in quella valigia vuota. All’auditorium Santa Giulia, per Librixia, ieri sera, si è presentato infatti qualcosa che in una fiera del libro si distingue immediatamente, perché ha il piccolo difetto di non essere un libro. Calabresi, fondatore di Chora Media, lo ammette subito.

Ma trova rapidamente la parentela: libri e podcast chiedono la stessa «merce» diventata ormai preziosa, il tempo. Hanno «un passo diverso», permettono di ascoltare, approfondire, ricordare. Questo in particolare, realizzato con Fondazione Brescia Musei, Comune e Casa della Memoria, aggiunge poi un’altra possibilità: camminare. La voce di Tobagi accompagna da piazza Loggia verso il Castello, lungo il Memoriale delle vittime del terrorismo e della violenza politica.

I racconti

Dopo gli onori di casa della presidente della Fondazione Brescia Musei, Francesca Bazoli, a moderare il dialogo tra i due protagonisti è il direttore Stefano Karadjov, ma presto la presentazione prende la forma più interessante: due persone che ragionano ad alta voce sul mestiere di restituire carne alla Storia. Calabresi procede per racconti, apre parentesi e dentro le parentesi trova quasi sempre un’altra persona. Tobagi sembra invece selezionare le parole una per una, come se anche parlare avesse un retrogusto da lavoro d’archivio: scavare, scegliere, non accontentarsi della prima definizione. La sala li segue così, nel silenzio particolare che si crea quando nessuno sente il bisogno di controllare quanto manca alla fine.

La storica e scrittrice spiega il suo imprinting stilistico attraverso un dettaglio minuscolo. Corrado Stajano, lavorando alla storia di Franco Serantini, il giovane anarchico morto nel 1972 dopo essere stato picchiato dalla polizia, «volle sapere perfino di che colore fosse il motorino con cui era arrivato alla manifestazione». Potrebbe sembrare una fissazione. È invece il genere di domanda che distingue un verbale da un racconto. Il motorino non cambia la storia dell’Italia, naturalmente. Ma cambia Franco Serantini: smette per un istante di essere «il giovane anarchico morto nel 1972» e torna un ragazzo che quella mattina è salito su un motorino di un certo colore per raggiungere un luogo: «È una forma di attenzione, di rispetto».

I particolari

È proprio in questo scarto che si riconosce il metodo di «Era di maggio»: cercare i particolari capaci di restituire una persona alla sua complessità. Le persone uccise dalla bomba del 28 maggio 1974 non rimangono otto nomi consegnati a una lapide. Tornano al lavoro, alle passioni, all’impegno politico, dentro un decennio che Calabresi invita a liberare dalla scorciatoia degli «anni di piombo»: terrorismo rosso, terrorismo nero e stragi neofasciste, certo, ma anche «il decennio in cui si è camminato di più nelle riforme e nei diritti sociali». Senza entrambe le metà, sostiene, non si capisce l’Italia di oggi.

Il 28 maggio 1974 lo scoppiò in Piazza Loggia provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre 102
Il 28 maggio 1974 lo scoppiò in Piazza Loggia provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre 102

Per Tobagi Brescia porta poi una coincidenza che coincide troppo per essere soltanto una data: suo padre Walter fu assassinato il 28 maggio 1980, esattamente sei anni dopo piazza Loggia: «Una cosa del genere ce l’hai lì. Prima o poi sai che dovrai fare qualcosa». Ci sono voluti anni. E anche altre persone. Calabresi racconta infatti di quando, negli scaffali delle librerie degli anni Novanta e Duemila, trovava saggi politici sul terrorismo e libri scritti dagli ex terroristi, ma quasi mai le vite rimaste dall’altra parte. Ne parlava tanto agli amici che uno, sfinito, gli disse più o meno: sei giornalista, questa storia l’hai vissuta sulla tua pelle, scrivilo tu e dacci pace. Nacque «Spingendo la notte più in là».

Un nuovo spazio

Il giornalista era convinto che nel 2007 non sarebbe interessato a nessuno sapere di figli che avevano perso i padri, famiglie devastate, esistenze interrotte. Accadde il contrario. Tobagi gli riconosce di aver «aperto uno spazio» in cui poi sono entrate altre voci, compresa la sua. E qui la valigia buttata da Calabresi torna sul palco, ma trasformata. Le carte private possono diventare una zavorra, osserva la scrittrice; quelle conservate negli archivi diventano invece patrimonio di tutti, «un bel sedile», i pilastri di un tavolo abbastanza largo perché attorno possano trovare posto memorie diverse.

È forse questa l’immagine che rimane alla fine. Non la memoria come santino o deposito di dolore, ma come un tavolo al quale continuare ad aggiungere sedie. A Brescia quel tavolo corre anche per strada. Ha formelle, nomi, luoghi. E adesso una voce nelle cuffie: «Lasciare che la vita canti» dice Tobagi. Non soltanto che parli: che canti. Fuori, intanto, le pietre sono sempre le stesse. Dopo una serata così, però, è un po’ più difficile passarci accanto senza guardarle.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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