C’è un posto a Brescia in cui è possibile vedere, tutti insieme e in ordine sparso: Gilbert and George, Lucio Fontana, Lucien Freud, Paola Pivi, Eva e Franco Mattes, Chris Levine (il fotografo del ritratto della regina Elisabetta II a occhi chiusi)... Si trova alle porte della città, a Roncadelle: è lo Spazio Almag, nella palazzina degli uffici dell’omonima azienda, ed è quel piccolo sogno che Umberta Gnutti Beretta ha saputo concretizzare e che in tre anni di visite guidate ha sempre registrato il tutto esaurito. Al suo interno si trova gran parte della sua collezione d’arte. Una collezione vasta e variegata, che inaugurò con il Velasco Vitali che si fece regalare dal padre per il suo diciottesimo compleanno.

Rispetto ai molti collezionisti d’arte che – possiamo immaginare – vivono a Brescia, lei è una delle poche che ha deciso di aprire la collezione al pubblico. L’imprenditrice aveva già spiegato i motivi che l’hanno portata a farlo: «A Brescia, più che in altre città, i collezionisti sono restii a mostrarsi. C’è una questione di sicurezza, ma anche di carattere. Siamo più chiusi rispetto ai milanesi o ai romani. Eppure l’interesse del pubblico c’è: in tre anni di attività, ogni open day ha sempre registrato il tutto esaurito e i visitatori mi dicono che l’esperienza ha aperto loro dei cassetti mentali che non pensavano di avere». Lo Spazio Almag, quindi, è questo: un luogo dove rendere l’arte privata un po’ più pubblica, sostenendo gli artisti non solo attraverso gli artisti ma anche dando loro visibilità.
La nascita dello spazio
Era l’anno di Bergamo Brescia Capitale della Cultura quando lo Spazio Almag ha aperto per la prima volta le sue porte. L’idea iniziale era quella di un’iniziativa temporanea, un modo per mostrare una parte della collezione in occasione dell’evento che interessava in quel momento il territorio bresciano. La domanda non si esaurì però con la fine dell’anno della Capitale: le richieste di visita sono continuate, sempre numerose. Naturale, a quel punto, scegliere di trasformare l’esperienza in una forma di apertura regolare, con visite guidate mensili che ancora oggi vanno rapidamente esaurite.

All’interno di ambienti che nascono con una funzione produttiva e amministrativa, si è sviluppato un percorso espositivo che affianca la natura originale del luogo: le opere convivono con gli spazi di lavoro, in una coabitazione che le vede non solo nello Spazio Almag vero e proprio, ma anche nelle sale riunioni e sul balcone (come nel caso del grande coltello appeso delle Pussy Riot).
Questi uffici, in disuso dagli Ottanta circa, erano rimasti sostanzialmente inutilizzati fino alla nuova trasformazione: una grande white room di concezione contemporanea.
Una collezione che nasce dagli incontri
La collezione conta circa 200 opere. La maggior parte appartiene ad artisti contemporanei o ancora viventi, con alcune presenze storiche come Lucio Fontana, Lucian Freud e Andy Warhol. Non si tratta di un insieme costruito per categorie rigide o per periodi storici, perché l’accumulo di Gnutti Beretta è progressivo e soprattutto è legato spesso a incontri diretti con gli artisti e al gusto della collezionista. Molte opere nascono infatti da relazioni personali. Viaggi, visite negli studi, soggiorni degli artisti in Italia o negli spazi legati alla famiglia hanno spesso generato lavori specifici, commissionati o sviluppati in dialogo. Questo aspetto rende la collezione meno simile a un archivio e più vicina a un organismo vivo.

Tra le presenze più emblematiche c’è l’opera che accoglie il pubblico: è un grande orso piumato alla scrivania di Paola Pivi, artista multimediale italiana che da anni vive in Alaska. Le sue opere, spesso legate a elementi animali o a situazioni di spiazzamento percettivo, riflettono una ricerca in cui il confine tra realtà e costruzione visiva resta volutamente instabile. «I am a professional bear» è, in qualche modo, l’umanizzazione della compagnia dell’orso, animale che ha una rilevanza in Alaska.
Spazi, installazioni, ambienti
All’interno dello Spazio Almag convivono linguaggi molto differenti. Pittura, scultura, fotografia, installazioni e opere digitali si alternano senza una gerarchia ben definita. Alcuni ambienti sono progettati per accogliere opere molto specifiche, come nel caso della stanza completamente oscurata destinata a lavori digitali e installazioni luminose. Questo spazio nero, isolato dalla luce esterna, permette una fruizione completamente immersiva.

Accanto a questi ambienti si trovano opere di grandi e grandissimi. Come per esempio quella di Lucio Fontana: è un raro taglio verde molto cercato da Gnutti Beretta, in condizioni ottimali perché era stato dimenticato dal precedente proprietario in un armadio vuoto, al riparo da luce e polvere. Sul retro ha una curiosa scritta: «Prima di andare a letto, cinque flessioni sulle ginocchia e via». C’è poi uno dei bozzetti di Christo e Jeanne-Claude di «The floating piers», che raffigura il collegamento con l’isola di San Paolo, della famiglia Beretta (che ebbe un ruolo primario nell’organizzazione di quella grande esperienza artistica che nel 2026 compie dieci anni).
E poi Jeff Koons, Gilbert and George, Richard Jackson con il grande lampadario «Red deer chandelier», Anish Kapoor, Chris Levine… E infine i giovani e giovanissimi, come Yukino Yamanaka o Giovanni Stefano Rossi, del quale qui si può vedere l’opera che vinse il premio Paolo VI per l’arte contemporanea.
Non mancano infine gli oggetti di design e i pezzi iconici della cultura visiva contemporanea. Tra questi compaiono lavori della Gufram, come il celebre cactus nato da un dialogo tra l’azienda e e A$AP Rocky e diventato uno degli oggetti più riconoscibili del design italiano contemporaneo insieme al loro «Pratone», esposto anche alla Triennale di Milano.
Relazioni, residenze, scambi
Una parte importante del progetto è legata, come accennato, alle relazioni con artisti e residenze. Il riferimento più evidente è lo scambio di Umberta Gnutti Beretta con Palazzo Monti, spazio di residenza per artisti fondato da Edoardo Monti in piazza Tebaldo Brusato a Brescia, che negli anni ha ospitato decine di creativi internazionali. Da questi contatti sono nate collaborazioni, acquisizioni e nuove connessioni.
La collezione si è quindi sviluppata anche come conseguenza di un ecosistema artistico più ampio, nel quale la presenza fisica degli artisti diventa occasione di scambio diretto e fecondo. In alcuni casi le opere nascono proprio durante la permanenza degli artisti negli spazi bresciani o in contesti collegati alla collezione. Ecco il mecenatismo contemporaneo.




