Quando Germano Celant telefonò a Umberta Gnutti Beretta accennando a «un artista interessato a un progetto d’arte sul lago d’Iseo», lei non immaginava si trattasse di Christo e Jeanne-Claude. Era il 2014 e Christo – che continuava a firmarsi anche con il nome della compianta moglie, perpetuando il duo artistico – aveva già tentato di creare un’enorme passerella galleggiante. Ci provò in Giappone, ma il lavoro non andò a buon fine. Quando scoprì dell’esistenza di Monte Isola e dell’isola di San Paolo, capì che era il luogo ideale: il lago d’Iseo è incastrato tra le montagne e le altezze circostanti avrebbero permesso di osservare l’opera da molteplici punti di vista, soprattutto dall’alto.
L’isola di San Paolo, però, è privata: ecco perché contattò la famiglia Beretta, che la possiede dal 1916. Esattamente un secolo dopo, quella stessa isola divenne protagonista di una delle installazioni artistiche più portentose e amate (ma anche criticate e chiacchierate: fa parte del gioco) della storia dell’arte contemporanea. A raccontarlo è la stessa Umberta Gnutti Beretta, che con la sua famiglia ebbe un ruolo decisivo – insieme a tutte le istituzioni coinvolte – nella riuscita del progetto e che a dieci anni di distanza ricorda come fu vivere in prima persona e da protagonista quel grande evento cultural-pop che fu «The floating piers».
Umberta, come nacque «The floating piers»?
Tutto cominciò non dieci, ma dodici anni fa, quando Christo ci cercò tramite Germano Celant. Erano entrambi dei geni assoluti che oggi purtroppo non ci sono più. Christo aveva elaborato un progetto che riguardava il lago d’Iseo. Aveva già tentato due volte di realizzarlo ed era molto caro anche a sua moglie Jeanne-Claude. Il primo tentativo era stato in Giappone, ma non era andato a buon fine. Si trattava di una gigantesca passerella galleggiante, composta da 200mila cubi galleggianti, che avrebbe coinvolto l’isola di San Paolo. Era la prima volta che una sua opera avrebbe coinvolto uno spazio privato e aveva bisogno del nostro permesso per utilizzare l’isola, oltre che del nostro aiuto per coordinare il tavolo di lavoro necessario a ottenere tutte le autorizzazioni. Organizzammo quindi gli incontri con il sindaco di Monte Isola, con il sindaco di Sulzano, con i responsabili delle acque e con la nostra stessa famiglia, responsabile dell’isola di San Paolo. Furono aperti tavoli di lavoro anche con il Comune di Brescia per la mostra al museo di Santa Giulia, che sostenni personalmente.

Vi metteste quindi a completa disposizione...
Sì, io e mio marito ci lasciammo coinvolgere totalmente. Anche per accogliere sull’isola di San Paolo le celebrità che volevano vivere l’esperienza con maggiore tranquillità. Christo ci chiedeva di ospitarle sull’isola. Paul Smith, per esempio, ma anche Fabio Novembre, Willem Dafoe, Eros Ramazzotti e Marica Pellegrinelli, Geppi Cucciari, Carlo Cracco, Davide Oldani... Non volevano tanto passeggiare in mezzo alla folla, ma vivere quell’esperienza in modo più riservato. Anche lo staff di Bloomberg passò. Tante persone hanno vissuto l’esperienza insieme a noi e ci hanno chiesto di poter soggiornare sull’isola perché, essendo famose, avrebbero avuto difficoltà a camminare liberamente sulla passerella. A un certo punto lo stesso Christo non passeggiava più sui floating piers perché veniva continuamente fermato. In ogni caso, riuscimmo a convincere tutti che sarebbe stata un’opera epica e che avrebbe cambiato il turismo sul lago. Ed è esattamente quello che è successo. In quel periodo Instagram era agli albori e stava prendendo piede: il lago d’Iseo era il place to be. E poi l’opera era eccezionale, una delle esperienze artistiche più forti che io abbia mai vissuto.

Al di là dei modi in cui la gente visse «The floating piers», credo che molti provarono questa sensazione, soprattutto le persone che già conoscevano la sua opera. In qualche modo Christo cambiò la sensibilità artistica di chi abitualmente non frequentava musei e mostre?
Christo diceva sempre che il materiale che dura di più non è il marmo, non è l’acciaio, non è nemmeno il ricordo fisico dell’opera. È l’esperienza. Tutti ne conservano il ricordo. Poi ci sono le opere che realizzava per finanziare i progetti. I collezionisti, noi compresi, acquistavano quelle opere. È una logica molto particolare: quando guardo il quadro di «The floating piers» non penso al quadro in sé, ma a tutto ciò che rappresenta, a tutto quell’intangibile. È un po’ come accade con le «Infinity rooms» di Yayoi Kusama: è l’esperienza che conta. Quando l’arte contemporanea diventa esperienza piace a tutti; quando resta chiusa nei musei e diventa troppo cerebrale rischia di essere percepita come qualcosa di nicchia. Christo diceva: «Ci sarà chi mi segue dal primo giorno e conosce bene l’arte contemporanea, ma ci sarà anche il bambino di tre anni che qui si diverte. E ci sarà la famiglia che viene semplicemente a farsi una foto». Non so se abbia cambiato le persone, ma sicuramente ha cambiato il modo di percepire l’arte contemporanea. Spesso l’arte contemporanea viene vista come qualcosa di chiuso dentro un museo, tra pareti bianche. Qui invece si viveva un’esperienza. Christo voleva che le persone fossero immerse nell’arte. Secondo me quello che è successo è che tante persone hanno capito che l’arte contemporanea può essere vissuta come si desidera e che non è necessario avere grandi conoscenze per godere di un’opera importante.
Ricorda le emozioni?
Ricordo le passeggiate di notte, prima con le persone, e poi – quando decisero la chiusura nelle ore notturne – da soli. E poi la prima passeggiata fu incredibile. Erano le cinque o le sei del mattino quando Christo decise di aprire. Ci dissero: «Apriamo». Siamo andati con i gommoni in mezzo al lago, c’erano già delle persone in attesa. Ricordo l’ordine di apertura comunicato via radio. C’erano l’allora direttore di Brescia Musei Luigi Di Corato, io, mio marito Franco, Celant e Christo in mezzo alla passerella. Quando vedemmo le prime persone correre, filmare e fotografare, fu un’emozione enorme. Ancora oggi faccio fatica a rendermi conto di ciò che è stato realizzato. Sembrava una missione impossibile eppure ce l’abbiamo fatta, perché lui aveva una determinazione straordinaria.
C’è stato un momento di paura o di sconforto?
All’inizio tutto sembrava impossibile, ma quando sono arrivati i permessi e il via libera da parte dei Comuni coinvolti ci siamo resi conto che l’opera si sarebbe davvero realizzata. Poi sono arrivati il maltempo, l’affluenza estrema e le difficoltà quotidiane che continuavano a metterla in pericolo. Lo smaltimento dei rifiuti sull’isola, per esempio, era una questione molto delicata. Si viveva giorno per giorno. Noi eravamo informati costantemente da Christo e dalla sua cabina di regia, che monitorava ogni aspetto. Ogni giorno c’era il dubbio che la passerella venisse chiusa. In realtà venne chiusa soltanto di notte. E c’era anche il timore che potessero verificarsi incidenti. Oggi posso dirlo: con tutte quelle persone, non è successo nulla di grave. Ed è qualcosa che ancora mi sorprende.
Dal punto di vista della storia dell’arte, questa fu un’operazione internazionale che resterà un riferimento...
Fa piacere ed è motivo di orgoglio essere stati parte di un momento così importante. Credo che sia qualcosa che difficilmente potrà essere eguagliato. Ci sono state anche coincidenze fortunate: banalmente l’avvento dei social network, che ha coinciso con il progetto. Tutti facevano fotografie e tutti volevano condividere e replicare quell’esperienza.
Forse è un sogno, ma sta lavorando a qualcosa di simile per il futuro?
Quando qualcosa riesce così bene, è difficile replicare. Quello che si può fare è impegnarsi con la consapevolezza che l’arte può dare grande gioia e può creare situazioni straordinarie. Si può lavorare costantemente per fare in modo che accadano cose importanti, cercando di potenziare l’offerta culturale della città. Questo certamente non mancherò di farlo. Ma creare qualcosa come «The floating piers»? Quello è impossibile.
Ha collaborato Fabio Gafforini




